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Le donne sindacaliste di Unia, riunite oggi a Berna, bocciano le riforme della Previdenza vecchiaia 2020 e definiscono "inaccettabili" l'aumento della pensione a 65 anni e l'abbassamento del tasso di conversione al 6%.

Nel 1997 l'età di pensionamento per le donne è stato portato da 62 a 64 anni e oggi il progetto già approvato a settembre dal Consiglio degli Stati prevede l'armonizzazione a 65 anni, come per gli uomini. Ciò permetterebbe risparmi dell'ordine di 1,3 miliardi di franchi, scrivono in un comunicato le sindacaliste di Unia. "Non se ne parla nemmeno".

Un simile innalzamento - a loro dire - non sarebbe altro che il primo passo verso la pensione a 67 anni, come vorrebbe il campo borghese. In una risoluzione esse chiedono quindi "un'età di pensionamento flessibile e finanziabile per tutti".

Le sindacaliste respingono anche con forza l'abbassamento del tasso di conversione, che permette di calcolare la rendita annuale in percentuale del capitale versato. Questa misura volta a mantenere l'attuale livello delle rendite peserà in modo particolare sui bassi redditi, ossia sulle donne, affermano ancora le sindacaliste. Bisognerà versare più denaro nel secondo pilastro per ottenere poi rendite sempre più deboli.

Unia rammenta che le donne guadagnano in media il 20% in meno degli uomini e compiono molti più lavori non retribuiti degli uomini. Per questa ragione le quote che versano sono meno alte e al momento opportuno le rendite sono più deboli. La commissione donne di Unia chiede nei fatti la parità di diritti, che si tratti di 2. pilastro o di AVS, e ciò comincia con la parità salariale, che dovrebbe essere controllata con misure legali.

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SDA-ATS