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Il governatore di Puerto Rico Ricardo Rossello

KEYSTONE/EPA EFE/THAIS LLORCA

(sda-ats)

Ex colonia spagnola e poi territorio americano dalla fine dell'Ottocento, Puerto Rico potrebbe diventare il 51% Stato Usa, facendo aggiungere una stella sulla bandiera statunitense.

Il referendum consultivo sullo status dell'isola caraibica svoltosi ieri, il quinto dal 1967, è stato un plebiscito: secondo i dati quasi definitivi, l'opzione è stata scelta dal 97% degli elettori. Le altre due, mantenere lo status quo o chiedere l'indipendenza, hanno ricevuto rispettivamente solo l'1,5% e l'1,3%.

Ad inficiare il valore politico del referendum, boicottato da tutti i partiti di opposizione, è stata la bassa affluenza alle urne: meno di un elettore su quattro (22,7%) tra i 2,2 milioni di aventi diritto.

Ma Ricardo Rossello, 38 anni, neo governatore dell'isola caraibica e grande sostenitore della scelta 'statale', ha promesso di voler difendere'' a Washington e nel mondo intero'' la volontà degli elettori. ''Ci presenteremo sulla scena internazionale per difendere l'importanza di vedere Puerto Rico diventare il primo stato ispanico degli Stati Uniti", ha dichiarato, dopo aver sostenuto la campagna di "decolonizzazione" dell'isola, dove chi nasce ha la cittadinanza americana ma non può votare per il presidente e ha un solo rappresentante al Congresso.

L'ultima parola spetta proprio al Congresso. A rendere difficile l'accettazione di Puerto Rico come 51/mo Stato ci sono due ostacoli. Il primo di ordine economico: l'isola ha dichiarato recentemente la più grande bancarotta della storia municipale americana, con una montagna di debiti da 73 miliardi di dollari, tanto da essere stata ribattezzata la 'Grecia dei Caraibi'. Il parlamento americano non ha intenzione di accollarsi questo macigno e anche Donald Trump si è detto contrario ad un salvataggio pubblico.

Il secondo problema è di carattere politico: Puerto Rico vota prevalentemente dem, quindi il Congresso a maggioranza repubblicana vedrebbe con preoccupazione il suo ingresso a pieno titolo nella Federazione. Ma i portoricani, spesso fieri di essere americani, pur parlando in gran parte spagnolo, sono frustrati dal non avere nessuna voce in capitolo sulle leggi e vedono in Washington anche l'origine della crisi che affligge la loro isola: dal 2006 il governo federale ha soppresso le esenzioni fiscali su cui aveva prosperato e i grandi gruppi americani se ne sono andati in massa.

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SDA-ATS