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Nessuno sembra gradire la riduzione dei canoni d'acqua proposta da Berna.

KEYSTONE/TI-PRESS/SAMUEL GOLAY

(sda-ats)

Non piace la riduzione del canone per i diritti d'acqua proposta dal Consiglio federale: in procedura di consultazione le opposizioni più ferme giungono dai cantoni alpini. Ma anche i partiti, di destra e di sinistra, sono scettici.

I canoni d'acqua sono i compensi versati ai Cantoni e ai Comuni dalle società elettriche per lo sfruttamento delle loro risorse idriche. Il Consiglio federale, a titolo di regolamentazione provvisoria, propone la riduzione del canone massimo annuo, per il periodo 2020-2022, dagli attuali 110 franchi per chilowatt lordo (KWl) a 80 franchi. L'obiettivo è sgravare le aziende produttrici di elettricità, che si devono confrontare con dure condizioni di mercato, visto il basso livello dei prezzi.

L'opposizione dei beneficiari dei canoni era scontata: ogni anno incassano 550 milioni di franchi, somma che con la soluzione transitoria proposta dal governo scenderebbe di 150 milioni. L'80% dei compensi va attualmente ai sette cantoni alpini - Uri, Obvaldo, Nidvaldo, Glarona, Vallese, Grigioni e Ticino - che dovrebbero digerire mancati introiti del 27%.

Le regioni interessate si sentono penalizzate e rifiutano di dover pagare le conseguenze di una politica energetica rivelatasi sbagliata. Il ribasso, affermano, equivarrebbe a un sovvenzionamento a pioggia dell'industria elettrica.

Commenti molto critici vengono espressi anche dalle principali formazioni politiche. Il PPD, il partito della "ministra dell'energia" Doris Leuthard all'origine della proposta governativa, respinge fermamente il taglio dei canoni: assieme a PS e Verdi fa notare che i produttori idroelettrici già andranno a beneficiare di aiuti supplementari nell'ambito della nuova legge sull'energia, approvata a maggio.

La riduzione dei canoni, affermano PS, PLR e UDC, non risolve peraltro il problema di fondo: invece della "politica dei cerotti" ci vuole un "pacchetto complessivo", secondo l'UDC: una riforma a sostegno dei produttori è possibile solo nel quadro di una "visione d'assieme" che coinvolga tutte le parti interessate. Il PLR nota comunque che i canoni non sono da considerare "vacche sacre".

Al centro delle critiche anche la poca trasparenza che regna quanto alla reale situazione economica delle aziende elettriche. Numerosi studi, affermano i Verdi, dimostrano che il settore non versa in situazioni catastrofiche. I produttori che esigono sostegno devono quindi presentare dati dettagliati, affermano cantoni alpini, PPD e sinistra.

In questa direzione va una proposta alternativa, anch'essa posta in consultazione dal governo, che favorirebbe una soluzione differenziata: verrebbero in altri termini agevolate, versando canoni più bassi, solo le società elettriche che sono chiaramente deficitarie. Ma anche in questo caso non mancano i commenti negativi, relativi in particolare a un'accresciuta distorsione del mercato che andrebbe a penalizzare i produttori più efficienti.

A partire dal 2023 il Consiglio federale propone di sostituire il regime transitorio con un modello flessibile, con un'aliquota massima del canone annuo composta da una parte fissa e da una parte variabile, calcolata in funzione dei prezzi di mercato.

La flessibilizzazione è sostenuta da UDC e PLR: i canoni fissi, secondo i liberali, appartengono ad altri tempi, quelli del mercato protetto dell'elettricità. Pur affermando che la riduzione dei canoni costituirebbe una boccata d'ossigeno, i gestori degli impianti idroelettrici, riuniti nell'Associazione delle aziende elettriche svizzere, si dicono poco convinti del periodo transitorio: la regolamentazione flessibile andrebbe introdotta già nel 2020. Sulla stessa linea anche Economiesuisse.

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SDA-ATS