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Il presidente Donald Trump

KEYSTONE/EPA/JIM LO SCALZO

(sda-ats)

Con una retromarcia last minute, Donald Trump chiede il ritiro della riforma sanitaria repubblicana che doveva sostituire l'Obamacare e si risparmia alla Camera una sconfitta annunciata per la mancanza dei voti necessari a causa della fronda repubblicana.

Ma non evita una umiliante e clamorosa debacle politica nel suo primo confronto col partito al Congresso. "Non abbiamo i numeri" lo aveva gelato poche ore prima del voto lo speaker della Camera Paul Ryan accorrendo alla Casa Bianca. Ma non è stato concordato un altro rinvio come ieri, ha annunciato con tono quasi rassegnato il portavoce del presidente, Sean Spicer, assicurando che Trump "ha fatto tutto ciò che poteva".

Ieri il tycoon aveva lanciato un ultimatum: "approvatela o resterà in vigore l'Obamacare", aveva minacciato in un clima da resa dei conti con il partito, scommettendo che i repubblicani non avrebbero osato far fallire la prima grande legge del suo mandato, una delle principali promesse elettorali sue ma anche del Grand Old party.

Invece, per non andare a sbattere contro un muro e farsi ancora più male, ha dovuto rimangiarsi tutto mezzora prima del voto, apparendo un 'looser', un perdente, quello che non è mai stato nella sua vita. Poi, parlando in diretta dallo Studio Ovale, ha girato la frittata: "i veri perdenti sono Nancy Pelosi e Chuck Schumer", i leader democratici alla Camera e al Senato perché "l'Obamacare esploderà". "Eravamo molto vicini all'approvazione, ci mancavano 10-15 voti", ha assicurato, tentando quindi di girare pagina: "Ora faremo la riforma fiscale".

Giocando d'azzardo, il magnate ha compromesso ulteriormente la sua reputazione di negoziatore e la sua credibilità di presidente, dopo il doppio fiasco giudiziario del suo bando anti musulmani, minato in gran parte dalla stessa fretta con cui è stato partorito l'American Health care act: una riforma della sanità in America che si è guardato bene dall'etichettare come 'Trumpcare', fiutando la strada piena di ostacoli, anche nell'eventuale tappa al Senato, dove la maggioranza repubblicana è risicata (52 a 48).

Dopo la maratona di negoziati alla Casa Bianca e a Capitol Hill e la dozzina di emendamenti per assecondare le opposte richieste dell'ala conservatrice e di quella moderata del suo partito, Trump voleva chiudere presto, prima della pausa pasquale, pur sapendo di avere oltre 30 deputati contro e una quindicina orientata per il no ad una 'controriforma' che avrebbe fatto uscire dal sistema sanitario 14 milioni di persone già nel 2018. Ma neppure lui aveva fatto previsioni: "vedremo cosa succede", aveva detto il tycoon, già messo all'angolo dall'incalzare del Russia-gate e dal rischio di uno stallo della conferma come giudice della Corte Suprema di Neil Gorsuch, boicottato dai democratici al Senato, dove i repubblicani hanno bisogno di altri otto voti.

In caso di vittoria, Trump sarebbe apparso come il vero dominus del Grand Old Party, ma la ritirata equivale ad un ennesimo colpo di immagine e prelude ad un rapporto con il partito difficile, se non conflittuale, in un Congresso dove i democratici sono decisi a non fargli sconti su nulla. E dove hanno incassato un primo successo: "Oggi è un grande giorno per il nostro Paese...E' una vittoria per il popolo americano", ha sottolineato Nancy Pelosi, leader dei democratici alla Camera.

Il naufragio della riforma sanitaria è un grosso smacco anche per lo speaker della Camera, Paul Ryan, che ha supervisionato il disegno di legge e che finora si era fatto garante del rapporto tra la presidenza e il Congresso. Ai cronisti che gli avevano chiesto se Ryan avrebbe dovuto dimettersi in caso di fallimento, Trump aveva risposto mettendo le mani avanti, sostenendo che dovrebbe rimanere al suo posto.

Intanto Ryan ha ammesso che "oggi è un giorno deludente per noi", "non siamo stati all'altezza delle aspettative" dopo essere "arrivati davvero vicino", ma "per l'immediato futuro vivremo con l'Obamacare". Qualcuno mormora che le scosse di terremoto faranno tremare anche la poltrona di Reince Priebus, il capo dello staff della Casa Bianca che come ex presidente del partito avrebbe dovuto assicurare la cinghia di trasmissione con il Congresso.

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SDA-ATS