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Una denuncia penale è stata inoltrata il primo novembre al Ministero pubblico della Confederazione contro la società Argor-Heraeus di Mendrisio, specializzata nella lavorazione dei metalli preziosi. L'impresa è sospettata dall'"associazione svizzera contro l'impunità" Trial di riciclaggio per aver raffinato oro che sarebbe stato depredato nella Repubblica democratica del Congo negli anni 2004-2005.

L'azienda ticinese, una della cinque maggiori raffinerie del mondo, aveva già respinto nel 2006 accuse analoghe, formulate da esperti delle Nazioni Unite, e a Berna l'allora Segretariato (oggi Segreteria) di Stato dell'economia (Seco) le aveva dato ragione, affermando che gli addebiti non poggiavano su nulla di solido. Contattata oggi dall'ats per una reazione, l'azienda ha risposto che "sta verificando" la denuncia e non ha voluto rilasciare commenti.

In una conferenza stampa tenuta a Ginevra, l'avvocato Bénédict De Moerloose ha tuttavia dichiarato che l'inchiesta condotta da Trial (Track Impunity Always) ha consentito di raccogliere prove a carico della Argor-Heraeus. L'impresa avrebbe raffinato, tra il 2004 e il 2005, circa tre tonnellate di oro depredato nella RDC da una milizia armata, il Fronte nazionalista integrazionista (FNI), sciolto nel 2005.

"Contrariamente a quanto l'impresa afferma, essa sapeva che l'oro raffinato era di origine criminale", ha dichiarato l'avvocato. "È intollerabile che le materie prime saccheggiate continuino ad alimentare le guerre nella completa impunità", ha detto dal canto suo il direttore di Trial Philippe Grant.

Trial chiede alle autorità svizzere di aprire un'inchiesta, di stabilire se c'è stato o no un reato e, se sì, di condannare l'impresa per violazione dell'articolo 305 bis del codice penale, che punisce il riciclaggio di denaro.

Secondo una nota pubblicata da Trial sul suo sito web (www.trial-ch.org) l'FNI, attivo dal 2002 nella regione dell'Ituri (Nordest della RDC) e accusato di diversi massacri, ha sfruttato la concessione aurifera denominata "Concessione 40" per finanziare le sue operazione e acquistare armi. Una grossa parte dell'oro è stata venduta in Uganda alla società Uganda Commercial Impex (UCI), che l'ha rivenduta alla società Hussar con sede a Jersey (GB). Questa a sua volta ha incaricato la Argor-Heraeus di raffinare il metallo tra luglio 2004 e giugno 2005. I lingotti ottenuti sono in seguito stati acquistati da banche.

La società svizzera ha disdetto il contratto con la Hussar il 3 giugno 2005. Nel febbraio 2006, il gruppo di esperti istituito dal Consiglio di sicurezza dell'Onu per controllare l'applicazione dell'embargo sulle armi imposto contro la RDC aveva già accusato la Argor-Heraeus di essere implicata in un traffico illegale di oro. L'impresa ticinese era tuttavia sfuggita al comitato delle sanzioni dell'Onu poiché la Svizzera aveva applicato tali sanzioni soltanto a partire dal 23 giugno 2005. La Argor non ha violato nessuna risoluzione dell'Onu, aveva dichiarato il 21 febbraio 2006 all'ats Roland Vock, responsabile per il controllo delle esportazioni alla Seco.

Secondo Kathi Lynn Austin, ex membro del gruppo di esperti dell'Onu sulla RDC, attualmente responsabile della ong Conflict Awareness Project, "tutti sanno che l'Uganda non produce praticamente oro". Argor "non poteva dunque ignorare" che il metallo proveniva dalla RDC.

Le prove raccolte da lei e da Trial poggiano su documenti contabili di Hussar riguardanti gli acquisti d'oro avvenuti tra maggio 2003 e aprile 2005, su permessi d'importazione e d'esportazione d'oro indicanti il luogo d'origine (la RDC) e su diversi altri documenti e dichiarazioni.

"Indaghiamo su altre imprese e il nostro lavoro non si ferma a questa vicenda", ha affermato Philip Grant. "Fintanto che perdura l'impunità, le pratiche illegali continuano, perché i profitti sono enormi", ha proseguito il direttore di Trial. Anche la Metalor di Neuchâtel è nel mirino, ma le prove non sono sufficienti, ha aggiunto.

"È ora che le cose cambino", ha aggiunto Grant, annunciando il lancio di una nuova campagna "Stop saccheggio", mirante a sensibilizzare l'opinione pubblica sulla spoliazione delle materie prime, sui rapporti di quest'ultima con i conflitti armati e sulla responsabilità di tutti gli "attori" di questa catena, che si trovano anche in Svizzera.

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SDA-ATS