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A cinquant'anni dall'incidente alla diga di Mattmark (VS), che provocò la morte di 88 operai, in maggioranza italiani, una équipe di ricercatori dell'Università di Ginevra ha presentato oggi a Berna la prima analisi sociostorica del dramma.

Secondo loro la tragedia provocò nella popolazione svizzera un duplice moto - di compassione da un canto, di rifiuto dall'altro - nei confronti dei lavoratori stranieri.

Il 30 agosto del 1965 il crollo del ghiacciaio dell'Allalin, avvenuto durante i lavori della costruzione della diga di Mattmark, provocò la morte di 56 italiani, 23 svizzeri, quattro spagnoli, due tedeschi, due austriaci e un apolide.

"Le vittime straniere di Mattmark ottennero lo status di essere umano, sollevando compassione", hanno rilevato gli autori dello studio, Toni Ricciardi, Sandro Cattacin e Rémi Baudouï, presentando il volume intitolato "Mattmark, 30 août 1965. La catastrophe".

Organizzazioni sindacali e caritative proposero in seguito numerose azioni in segno di solidarietà con gli operai stranieri. Le rivendicazioni delle famiglie delle vittime e dell'Italia nei confronti delle autorità elvetiche suscitarono per contro l'opposizione dei movimenti xenofobi, allora nascenti.

Quella di Mattmark, al pari di altre catastrofi del dopoguerra, segnò l'emergere di un giornalismo critico, di denuncia. La presenza ininterrotta di giornalisti in Vallese permise inoltre di meglio conoscere il rischio di uno sfruttamento abusivo dei lavoratori e delle risorse naturali.

Mattmark funse inoltre da modello, da non imitare, nell'organizzazione del lavoro sui cantieri. Le attuali condizioni vigenti sui grandi cantieri non hanno più nulla a che vedere con Mattmark, ha rilevato Unia, in una nota odierna, ricordando come nel 2014 siano comunque morte 23 persone in infortuni sul lavoro nell'edilizia elvetica. Il sindacato, che ha sostenuto la ricerca, chiede sforzi supplementari per migliorare ulteriormente la situazione, in particolare per quanto riguarda la protezione dalle intemperie.

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SDA-ATS