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"Non vogliamo armi, scontri, operazioni in quest'area, che ha ospitato così tante civiltà". Le ultime parole prima di essere ucciso, l'avvocato Tahir Elci le pronuncia accanto al Minareto dai quattro piedi, gioiello della 'capitale' curda Diyarbakir.

Alle 11 del mattino, la conferenza stampa in cui chiede di porre fine alle violenze viene interrotta da colpi di pistola. Il capo degli avvocati curdi locali, famoso in Turchia per le sue battaglie a difesa dei diritti umani, resta a terra colpito da una pallottola alla nuca.

Una sparatoria nel cuore del centro storico di Sur in cui vengono uccisi due poliziotti, mentre un altro agente e un giornalista rimangono feriti. L'agguato sciocca la Turchia, ripiombata da luglio in un conflitto con il Pkk che ha già fatto centinaia di morti.

"Questo incidente mostra quanto sia nel giusto la Turchia nella sua lotta determinata contro il terrorismo" curdo, reagisce subito il presidente Recep Tayyip Erdogan. La zona della sparatoria viene messa sotto coprifuoco, come già tante altre parti del sud-est a maggioranza curda.

"Su questo incidente verrà fatta luce", promette il premier Ahmet Davutoglu, che però non si sbilancia sul movente: "Una possibilità è che gli aggressori lo abbiano assassinato, una seconda è che sia stato preso in mezzo a un fuoco incrociato". I ministri dell'interno e della giustizia assegnano l'inchiesta a un team di quattro ispettori e spiegano che i colpi sono giunti da due persone a un centinaio di metri di distanza, seguiti dal fuoco di risposta della polizia.

"È un attacco all'unità della nostra nazione", è la loro condanna. Ma la rabbia dei curdi esplode. A Istanbul e Diyarbakir le manifestazioni organizzate per ricordarlo e protestare contro il governo di Ankara vengono disperse dalla polizia a colpi di lacrimogeni e cannoni ad acqua.

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SDA-ATS