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Sull'Europa incombe non solo la tragedia greca ma anche quella ucraina, con lo spettro di un default che aumenterebbe la tensione sui mercati internazionali. Uno scenario aggravato dalla crescente tensione nel Donbass per il lento naufragio degli accordi di Minsk.

Messa in ginocchio dal conflitto con i separatisti filorussi nella regione un tempo cuore industriale e minerario del Paese, Kiev ha avviato lo scorso marzo i negoziati con i creditori privati per ristrutturare un debito di 22-23 miliardi di dollari, poco più della metà del debito esterno, che sommato a quello interno raggiunge i 70 miliardi di dollari.

L'ipotesi iniziale era una combinazione di un taglio del capitale, una estensione delle scadenze e una riduzione delle cedole per risparmiare 15 miliardi di dollari in quattro anni. L'haircut' per i creditori, secondo i media, può arrivare fino al 40%-50% della loro esposizione.

Tra i principali creditori di Kiev c'è anche la Russia di Vladimir Putin, che nel 2013 aveva acquistato bond per 3 miliardi di dollari - in scadenza proprio quest'anno - come prima tranche di un prestito di 15 miliardi di dollari con cui Mosca puntava a sostenere l'allora presidente Viktor Ianukovich dopo la sua marcia indietro sull'accordo di associazione con la Ue che aveva scatenato l'Euro Maidan.

Kiev contava di chiudere le trattative entro giugno ma non ha ancora trovato un accordo, tanto meno con la Russia, che considera quei 3 miliardi come un prestito istituzionale e non privato. Per questo a maggio il parlamento ucraino ha votato una controversa legge che consente al governo di imporre una moratoria sul pagamento dei debiti esteri di creditori privati. Un'arma di pressione nei negoziati, ma anche un modo per dichiarare un default tecnico, come ha ammesso il presidente Petro Poroshenko.

Mosca non ha avuto dubbi: "un passo verso il default". Già a marzo Standard & Poor's aveva deciso di tagliare il rating sul merito di credito in valuta estera dell'Ucraina da CCC a CC, definendo il default del debito di Kiev in valuta estera "virtualmente inevitabile". Nei giorni scorsi il ministro delle finanze ucraino, Natalia Jaresko, dopo una nuova proposta che lega i rimborsi ai risultati dell'economia, ha minacciato che Kiev non pagherà i debiti "se i creditori non useranno questa ultima occasione per raggiungere un accordo nelle prossime settimane". E ha evocato il default per fine luglio, salvo poi fare marcia indietro.

Christine Lagarde, direttrice del Fmi, ha assicurato che il fondo monetario internazionale continuerà a erogare prestiti a Kiev anche se non raggiungerà un accordo con i creditori nei tempi previsti: a luglio si attende la seconda tranche di 1,7 miliardi di dollari, dopo quella di 5 dello scorso marzo (su un prestito complessivo di 17,5 mld dlr). Ma entro fine anno l'Ucraina deve rimborsare titoli per 8 miliardi di dollari.

E lo scenario macroeconomico non aiuta: il debito pubblico ha raggiunto il 73% del Pil con una brusca virata rispetto al 41% dell'anno passato, nel primo trimestre di quest' anno il Pil ha fatto registrare un crollo del 17,6% rispetto allo stesso periodo del 2014 e per fine anno è previsto un suo calo di almeno il 10% circa. Sul piano politico resta inoltre l'incertezza sul futuro del Donbass. Tutte macerie che potrebbero franare sulla già precaria casa europea.

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SDA-ATS