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Con una istanza congiunta dodici grandi banche, tra cui UBS e Credit Suisse, hanno chiesto venerdì alla giudice newyorchese Lorna Schofield, della corte federale del distretto di Manhattan, di respingere una denuncia collettiva contro gli istituti, accusati di essersi messi d'accordo per manipolare il mercato dei cambi a loro profitto. Le banche sostengono che gli autori della denuncia non sono stati in grado di provare l'esistenza di tale intesa internazionale.

La Città di Filadelfia, come pure diversi fondi speculativi (hedge funds) e pensionistici, accusano le banche d'intesa illecita a partire dal gennaio 2003 per manipolare - tramite email, messaggi istantanei e "chat room" - i corsi di chiusura spot WM/Reuters.

Le banche in questione sono, oltre a Credit Suisse e UBS, Bank of America, Barclays, BNP Paribas, Citigroup, Deutsche Bank, Goldman Sachs Group, HSBC Holdings, JPMorgan Chase, Morgan Stanley e Royal Bank of Scotland Group.

Stando alla denuncia, le dodici banche controllano l'84% del mercato globale e agiscono da controparte nel 98% del volume di transazioni spot negli USA.

Dal canto loro, fra gli altri argomenti avanzati, le banche sostengono che la teoria su cui poggiano le accuse d'intesa "non ha economicamente alcun senso". "Qualsiasi tentativo di gonfiare artificialmente una divisa - affermano - deprezzerebbe il valore relativo delle altre valute contro cui essa è negoziata", "e i trader non possono sapere in anticipo quali divise acquisteranno o venderanno ogni giorno".

Secondo quanto ha riferito lo scorso primo aprile il "Wall Street Journal" la denuncia collettiva è stata presentata a fine marzo, dopo che i singoli denuncianti avevano già avviato singolarmente azioni legali. L'obiettivo è di dare maggiore peso al loro intervento.

SDA-ATS