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Tra le priorità che papa Francesco ha fissato nell'indizione del Giubileo straordinario c'è anche il rilancio dei rapporti con le altre religioni monoteistiche, ebraismo e islam per le quali come per il cristianesimo, la "misericordia" è una delle prerogative divine.

Non è un caso che il primo documento pubblicato dal Vaticano, a soli due giorni dall'apertura della Porta Santa in San Pietro, sia un testo che riprende e pone su strade nuove i rapporti della Chiesa cattolica con la religione ebraica.

Si intitola "Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili" il documento pubblicato oggi dalla Commissione per i rapporti religiosi con l'ebraismo, presieduta dal cardinale Kurt Koch, a cinquant'anni dalla "Nostra aetate", la dichiarazione del Concilio Vaticano II che ha messo in archivio per sempre l'antigiudaismo della Chiesa e l'accusa di "deicidio" degli ebrei, diventati poi con Wojtyla, Ratzinger e ora Bergoglio, i "fratelli maggiori" dei credenti cristiani. Un documento "non magisteriale", quello presentato oggi in Vaticano, ma un "punto di partenza" per "arricchire" ed "intensificare" la dimensione teologica del dialogo ebraico-cattolico, sviluppatosi appunto a partire dal Concilio.

Il rapporto con l'ebraismo, sulla base della Nostra Aetate, viene visto "come il catalizzatore per definire il rapporto della Chiesa cattolica con le altre religioni speciali". Ha quindi uno "statuto speciale" nel più ampio contesto del dialogo interreligioso. L'apprezzamento espresso verso l'ebraismo dalla dichiarazione conciliare, viene sottolineato, ha contribuito a far sì che "comunità nel passato scettiche le une di fronte alle altre" si trasformassero col tempo in "partner affidabili e addirittura in buoni amici" in grado di far fronte "insieme" alle crisi e di gestire i conflitti in modo positivo.

D'altra parte, viene aggiunto, ebrei e cristiani possono arricchirsi "vicendevolmente" nella loro amicizia: il dialogo con l'ebraismo non può essere assolutamente comparato al dialogo con le altre religioni mondiali, a motivo delle radici ebraiche del cristianesimo. Senza le radici ebraiche, la Chiesa rischierebbe di "perdere" il proprio "ancoraggio nella storia della salvezza".

Un punto particolarmente importante, soffermandosi sull'universalità della salvezza in Gesù e e riaffermando che Cristo è il "mediatore universale" di tale salvezza, è l'affermazione che il fatto "che gli ebrei abbiano parte alla salvezza di Dio" sia teologicamente "fuori discussione: ma come ciò sia possibile "senza una confessione esplicita di Cristo", sancisce il documento, "è e rimane un mistero divino insondabile". Per quanto riguarda poi il mandato evangelizzatore della Chiesa, anche se i cattolici, nel dialogo con l'ebraismo, rendono testimonianza della loro fede in Gesù Cristo, essi si astengono da ogni tentativo attivo di conversione o di missione nei confronti degli ebrei. La Chiesa cattolica non prevede quindi nessuna missione istituzionale rivolta agli ebrei: i cristiani sono "chiamati a rendere testimonianza della loro fede in Gesù Cristo anche davanti agli ebrei", con "umiltà e sensibilità", riconoscendo che gli ebrei sono "portatori" della Parola di Dio e non dimenticando la grande tragedia della Shoah.

Nel dialogo fraterno, infine, ebrei e cattolici devono imparare a conoscersi sempre meglio, a riconciliarsi sempre più, ad impegnarsi insieme nella promozione della giustizia, della pace e della tutela del creato, a lottare efficacemente contro ogni forma di antisemitismo. Essi devono intensificare la loro collaborazione in campo umanitario in favore dei poveri, dei deboli, degli emarginati, per diventare così, insieme, una benedizione per il mondo. "Soltanto quando le religioni dialogano con successo", afferma il documento, la pace "può essere realizzata anche a livello sociale e politico".

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SDA-ATS