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PECHINO - Alla vigilia dell'anniversario della rivolta anticinese del Tibet, avvenuta il 10 marzo del 1959, la Cina ha rilanciato oggi le sue accuse al Dalai Lama, accusandolo di "seminare il caos" nella regione. "Se non ci fossero le forze anticinesi ed il Dalai Lama ad esercitare attività distruttive e a seminare il caos, oggi il Tibet sarebbe in una situazione migliore..." ha affermato il segretario del Partito Comunista del Tibet Zhang Qingli in un' intervista ad un sito web governativo.
Le autorità cinesi accusano il leader tibetano di aver organizzato le manifestazioni di protesta del 10 marzo 2008 a Lhasa, che il 14 marzo sono sfociate in attacchi agli immigrati cinesi e successivamente si sono estese alle altre zone a popolazione tibetana della Cina.
Nelle violenze del 14 marzo hanno perso la vita 22 persone secondo il governo, mentre gli esuli tibetani sostengono che le vittime sono state circa duecento. In seguito alle proteste, che si sono protratte fino a maggio del 2008, sono state arrestate 5.700 persone, secondo le organizzazioni umanitarie internazionali. Testimoni riferiscono che le strade di Lhasa appaiono oggi calme e sono costantemente percorse da pattuglie della Polizia armata del popolo, il corpo paramiliare addetto al controllo dell' ordine pubblico. Il governo cinese sottolinea che negli ultimi otto il governo ha investito circa 18 miliardi di euro in progetti di sviluppo del Tibet e che l' economia della Regione Autonoma è cresciuta del 12 per cento. Il Tibet rimane chiuso ai giornalisti stranieri, che hanno bisogno di un permesso speciale che viene concesso raramente e una volta arrivati sono accompagnati da funzionari governativi per tutta la loro permanenza nella regione.

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SDA-ATS