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La premier britannica Theresa May (foto d'archivio)

Keystone/AP/JACK TAYLOR

(sda-ats)

Il clima da Brexit paga ancora in Gran Bretagna e ad andare all'incasso sono i Conservatori di Theresa May, decisa a cavalcare l'onda prima di sedersi al tavolo con quei "burocrati" di Bruxelles che oggi stesso è tornata a sferzare.

Lo dicono i risultati delle elezioni amministrative svoltesi ieri su e giù per il Regno, a poco più di un mese dalle politiche anticipate dell'8 giugno, segnati da un'avanzata generale Tory, da un nuovo arretramento del Labour di Jeremy Corbyn e dal quasi totale annientamento in sede locale dell'Ukip orfano di Nigel Farage: ritrovatosi senza leader e senza ragione sociale dopo la vittoria nel referendum sull'Ue di una anno fa e spossessato ormai del vessillo di custode del divorzio da Bruxelles dal partito della premier in carica.

Si è trattato di un voto a macchia di leopardo, fra contee, consigli municipali e aree metropolitane d'Inghilterra, Scozia e Galles. Ma comunque indicativo in vista della partita decisiva di giugno. E il Partito Conservatore vi ha messo a segno lo score migliore da un decennio.

È cresciuto in percentuali, seggi, numero di consigli locali controllati (28 totali, 11 in più). E lo ha fatto quasi ovunque, in dimensioni non travolgenti se rapportate ad alcuni sondaggi, ma solide: con qualche jolly come l'amministrazione di Birmingham e West Midlands, espugnata, dopo una campagna milionaria, dal top manager Andy Street.

Di converso l'opposizione laburista ha ceduto 7 roccaforti (mantenendo il controllo di una decina di consigli che deteneva fra quelli in palio) e perso seggi, seppure in misura inferiore rispetto alle previsioni più nere. È stata però sconfitta a Glasgow, ultimo bastione storico in Scozia, mentre ha tenuto in Galles nelle zone urbane di Cardiff, Swansea e Newport e si è aggiudicata nella vecchia 'Inghilterra rossa' le vitali poltrone di sindaco delle neonate aree metropolitane della Grande Manchester e di Liverpool, con l'ex candidato leader Andy Burham e con Steve Rotheram, un fedelissimo di Corbyn. Ma certo non basta: tanto è vero che la fronda interna ostile da sempre alla svolta a sinistra corbyniana riprende fiato e parla per bocca di Stephen Kinnock di "un mezzo disastro", evocando lo spettro di un bis nazionale a giugno. Salvo miracoli.

Fra le altre formazioni, fa impressione il tracollo degli euroscettici populisti dell'Ukip: fagocitati dall'antica casa madre Tory e di fatto azzerati, con un misero seggio solitario salvato su circa 150 in Hampshire, Lincolnshire, Essex e in altre trincee brexitiste dell'Inghilterra profonda.

Deludenti poi, sebbene con qualche sprazzo qua e là, gli europeisti Libdem di Tim Farron: in ulteriore calo di seggi al di là della consolazione della vittoria arpionata in una piccola contea grazie al sorteggio della pagliuzza più lunga dopo un surreale pareggio a tre. E frenano pure gli indipendentisti scozzesi dell'Snp di Nicola Sturgeon, altra forza anti Brexit.

Una proiezione abbozzata sulle percentuali nazionali di consenso accredita intanto un vantaggio Tory di 11 punti sul Labour, 38% a 27: netto, ma inferiore ai 17 punti della media degli ultimi sondaggi. E non necessariamente sufficiente a garantire una maggioranza "a valanga" nel prossimo Parlamento, avverte il politologo John Curtice.

Del resto ci pensa Theresa May in persona a predicare cautela, dicendosi "incoraggiata" ma senza dar "nulla per scontato" fino all'8 giugno. Giorno chiave - ripete senza tregua - per far nascere un governo "forte" in grado di tener testa ai "burocrati europei" che non vogliono un buon accordo sulla Brexit. Buono per il Regno, s'intende.

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SDA-ATS