Arriverà domani l'attesissimo verdetto sul soldato Bradley Manning. Per l'ex analista di intelligence accusato della più grande fuga di notizie 'top secret' della storia americana - rinchiuso in una cella della base di Fort Meade, in Virginia - sono ore di speranza e di angoscia.

Il suo destino è nelle mani del giudice militare che ha ormai deciso, e ha dato a tutti appuntamento per l'una del pomeriggio ora locale (le 19 in Svizzera). Il verdetto arriva dopo un processo durato due mesi e che ha diviso il Paese. Un processo tenuto - ironia della sorte - in una base militare a due passi dalla sede della National Security Agency (NSA), i cui segretissimi programmi di sorveglianza sono stati svelati da Edward Snowden.

E proprio Snowden è tra quelli che con ansia aspetta di vedere che fine farà Manning. Perchè, in un modo o nell'altro, la decisione che sarà presa dal giudice militare è destinata a creare un precedente fondamentale, da cui potrebbe dipendere anche la sorte della 'talpa' del Datagate.

Tutto gira intorno alla reale identità del venticinquenne soldato Manning: è un 'traditore' - come ha sostenuto l'accusa - che rivelando informazioni riservatissime "ha aiutato il nemico", a cominciare da al Qaeda, mettendo a rischio la sicurezza nazionale e le truppe Usa in Afghanistan e Iraq? Oppure è un "giovane ingenuo" - come ha replicato la difesa - diventato 'spione' solo far conoscere alla gente le atrocità della guerra? Nel primo caso l'imputato rischia l'ergastolo, nel secondo fino a 20 anni di carcere. Intanto Manning, proprio per cercare di evitare la prigione a vita, si è già dichiarato colpevole per molti dei capi di accusa che gli vengono imputati, ammettendo di aver diffuso oltre 700 mila documenti militari e diplomatici 'top secret'.

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