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Yemen: lealisti attaccano sit-in manifestanti, 40 morti

Questo contenuto è stato pubblicato il 24 settembre 2011 - 20:45
(Keystone-ATS)

Sono circa 40 i morti tra civili e soldati disertori unitisi alle opposizioni in Yemen all'indomani dell'inaspettato ritorno in patria dell'indomito presidente yemenita Ali Saleh, ferito in giugno da un attentato e per tre mesi ricoverato nella vicina Arabia Saudita. Secondo testimoni oculari, fonti mediche e giornalisti sul posto, il presidio dei manifestanti anti-regime che da febbraio invocano la fine della dittatura dominata da Saleh e dal suo clan familiare è stato attaccato dalle forze lealiste, che hanno fatto uso anche dell'artiglieria.

Migliaia di dimostranti erano tornati ieri sera a Piazza del Cambiamento, così ribattezzata una delle arene della capitale Sanaa, teatro da oltre sette mesi di proteste senza precedenti e di una sanguinosa repressione, che ha causato finora circa oltre 450 morti. Alcune fonti riferiscono di un bilancio odierno relativamente più lieve: 17 morti tra manifestanti e militari disertori, che seguono i generali unitisi nei mesi scorsi agli attivisti e ai partiti di opposizione. Nell'ultima settimana, solo a Sanaa si sono registrati un centinaio di morti. Dopo una tregua de facto durata qualche settimana tra regime e fronte del dissenso, gli attacchi dei lealisti contro i civili e le caserme dei militari disertori sono ripresi intensi pochi giorni prima il rientro, a sorpresa di Saleh.

Il raìs, al potere da 33 anni, ha ieri annunciato una "tregua", affermando che dall'Arabia Saudita porta con sé un "ramo di ulivo" e che la capitale deve essere "ripulita di tutti gli elementi armati". Il ministero degli interni ha oggi smentito che le forze lealiste abbiano attaccato il presidio dei manifestanti di Piazza del Cambiamento accusando invece non meglio precisati "estremisti". Numerosi testimoni hanno riferito di aver visto all'azione reparti della Guardia repubblicana e della polizia, agenzie di controllo saldamente in mano a parenti stretti di Saleh. Da quando sono cominciate le proteste e la conseguente repressione, numerosi ma senza successo sono stati i tentativi di mediazione da parte dell'Onu e da parte del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg), organizzazione che riunisce i sei Paesi arabi della regione dominata dall'Arabia Saudita.

L'ultima missione del Ccg e delle Nazioni Unite si era conclusa solo pochi giorni prima il rientro del raìs da Riad.

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