Scienza

Nello spazio, la piccola Svizzera concorre con i grandi

Il Premio Nobel per la fisica ottenuto da Michel Mayor e Didier Queloz ha ricordato alla Svizzera che i suoi astrofisici sono in prima linea nella caccia agli esopianeti. Come lo sono in molti altri ambiti della ricerca e dell'esplorazione spaziale.

Questo contenuto è stato pubblicato il 08 maggio 2020 - 11:07
Skizzomat (illustrazione)

Nel 1995, la scoperta non aveva avuto molta eco al di fuori delle cerchie scientifiche. Poi, con il passare degli anni, il pubblico ha cominciato a capire che la realtà scientifica non è lontana dalla fantascienza: la galassia non formicola solo di stelle, ma anche di pianeti. E i primi ad aver identificato uno di questi mondi che orbitano attorno a una stella diversa dal Sole si chiamano Michel Mayor e Didier Queloz. E sono svizzeri.

Sono dovuti passare 24 anni prima che la scoperta valesse loro il Premio Nobel per la fisica.

Vuoti nazionalismi a parte, questo Nobel è pienamente giustificato. Per l'astronomia, la scoperta è una delle più importanti del XX secolo. Ha aperto nuovi ambiti di ricerca per comprendere il nostro posto nell'universo e ha moltiplicato per milioni le possibilità di trovare vita extraterrestre.

Ma l'impresa di scovare la vita non è semplice quando bisogna cercarla in mondi distanti centinaia di migliaia di miliardi di chilometri. Qui entra in gioco l'ingegno umano. E anche in questo caso, gli svizzeri sono presenti.

Di ingegno ne è servito parecchio fin dagli albori della ricerca. Ma, in concreto, perché siamo sicuri dell'esistenza di questi pianeti dato che, a parte una o due foto sfocate di vaghi punti luminosi, nessuno (o perlomeno nessun terrestre) li ha mai visti? La spiegazione in video.

Oggi, bisogna spingersi oltre e capire di cosa sono fatti gli esopianeti. È la missione del telescopio spaziale CHEOPS, il primo satellite europeo "Made in Switzerland", lanciato nel dicembre del 2019.

Ma reputazione degli svizzeri nello spazio non ha atteso CHEOPS o Mayor e Queloz e neppure l'astronauta "nazionale" Claude Nicollier – il primo non statunitense specialista di missione della NASA – per affermarsi.

Nel 1969, Neil Armstrong e Buzz Aldrin sbarcano sulla Luna con al polso un orologio svizzero. E la prima cosa che fanno una volta sul satellite, prima ancora di piantare la bandiera a stelle e strisce, è installare la vela solare dell'Università di Berna – il solo esperimento scientifico non americano a bordo dell'Apollo XI.

Dagli albori dell'esplorazione spaziale, non c'è stata quasi nessuna missione statunitense o europea che non avesse a bordo almeno un po' di tecnologia svizzera. Perché questo Paese sa fabbricare strumenti precisi e affidabili, condizioni indispensabili per resistere alle difficoltà di un viaggio spaziale.

Che si tratti della propulsione di un rover su Marte, di "annusare" i gas che fuoriescono da una cometa oppure di scattare delle immagini in alta definizione di un pianeta del sistema solare, gli ingegneri svizzeri hanno la soluzione.

Uno degli ultimi esempi: STIX. Questo telescopio a raggi X studierà le eruzioni solari da una sonda europea che si avvicinerà al nostro astro come mai tentato prima.

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