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Occhi vigili sulle elezioni in Tunisia

Manifesti elettorali tunisini: tutto è pronto per le prime elezioni libere Keystone

Qualche mese dopo la "Rivoluzione dei gelsomini", i tunisini sono chiamati a eleggere – il 23 ottobre – la nuova Assemblea costituente. Swissinfo ha intervistato il deputato svizzero Andreas Gross, che coordinerà gli osservatori del Consiglio d'Europa.

A un mese circa dal giorno cruciale, sette squadre di osservatori dell’Unione europea si sono recate in diverse regioni della Tunisia per prepararsi a seguire da vicino le prime elezioni libere nel paese dopo l’indipendenza del 1956 e il regime di Ben Ali.

Il deputato socialista Andreas Gross è dal canto suo responsabile della delegazione del Consiglio d’Europa: raggiungerà lo Stato nordafricano a metà ottobre.

swissinfo.ch: Perché il Consiglio d’Europa si interessa alle elezioni in Tunisia?

Andreas Gross: In seguito al successo della rivoluzione tunisina di metà gennaio, l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha allacciato dei contatti stretti con le strutture e i responsabili della rivoluzione e della transizione. Il sostegno dell’Assemblea nei confronti della nuova Tunisia – testimoniato dai contatti personali – è quindi importante.

swissinfo.ch: Quale è lo scopo della vostra missione?

A.G.: La legittimità dell’Assemblea costituente che sarà eletta il 23 ottobre è assolutamente fondamentale per l’avvenire della nuova Tunisia democratica. Mediante una missione pre-elettorale in settembre e la nostra presenza al momento dell’elezione, intendiamo favorire un processo corretto ed equilibrato, conformemente agli standard fissati dal Consiglio d’Europa. È infatti necessario che la legittimità dell’Assemblea costituente non possa essere rimessa in discussione.

swissinfo.ch: Il 23 settembre, sette squadre di osservatori di lunga durata hanno lasciato la capitale per raggiungere le zone più discoste del paese. I mezzi a loro disposizione sono sufficienti?

A. G.: Si tratta di squadre della Commissione europea, che sostituiscono quelle dell’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti dell’uomo, preposte all’osservazione di elezioni in paesi non membri dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE).

La presenza per un mese di queste squadre è molto utile, soprattutto poiché la campagna elettorale dura soltanto tre settimane, dal 1° al 21 ottobre. Ovviamente si potrebbe sempre fare di più e meglio, ma sono già molto riconoscente per il fatto che l’Unione europea ha deciso di impegnarsi ed è disposta a condividere con noi i risultati delle proprie analisi. D’altronde, nel nostro lavoro dipendiamo sempre dalle missioni d’osservazione a lungo termine.

swissinfo.ch: Lei ha già partecipato a parecchie missioni simili nei Balcani e nel Caucaso. Quali sono le similitudini e le differenze tra queste situazioni e la transizione democratica in Tunisia?

A. G.: Molte delle 57 missioni d’osservazione a cui ho partecipato dal 1995 si sono effettivamente svolte in paesi post-comunisti e post-totalitari, dove il nuovo spazio politico era stato occupato da gruppi di oligarchi che hanno tentato di imbrogliare e manipolare le elezioni per assicurarsi dei seggi in parlamento.

In Tunisia, invece, percepisco una notevole forza e una capacità da parte dei rivoluzionari, della società civile e soprattutto delle tre commissioni incaricate di proteggere le conquiste della rivoluzione. Questi attori non hanno soltanto preparato le elezioni, ma anche la legislazione sui partiti e sul loro finanziamento, ciò che costituisce un’enorme differenza.

Il contesto in cui si svolgeranno le elezioni, le prime elezioni veramente libere dopo il 1956, è quindi eccezionalmente solido. La competizione è quindi equilibrata, rispettosa e il processo elettorale molto più serio che in alcuni paesi ex sovietici, dove le cosiddette rivoluzioni erano in realtà dei regolamenti di conti tra élite.

swissinfo.ch: Come valuta i preparativi svolti finora dall’Istanza superiore indipendente per le elezioni (ISIE), appositamente creata?

A. G.: L’ISIE è stata creata per salvaguardare le conquiste della rivoluzione. Abbiamo incontrato i responsabili e siamo rimasti colpiti dal loro modo di operare, dall’apertura e della sensibilità ai problemi. Il loro compito non è facile, ma svolgono un lavoro notevole a favore della democrazia.

swissinfo.ch: Se doveste constatare degli abusi non contrastati dall’ISIE e dal governo tunisino, quale sarebbe il vostro margine di manovra?

A. G.: L’ISIE – responsabile del processo – è disposta ad ascoltarci e a rispondere a tutte le nostre osservazioni. Finora tutto ha funzionato e sono sicuro che le cose non cambieranno. I membri dell’ISIE – così come la maggior parte degli attori della rivoluzione – sono molto fieri e fiduciosi, ma nel contempo aperti ai consigli e alle critiche costruttive.

swissinfo.ch: I vostri rapporti saranno presi in considerazione nel quadro della valutazione finale delle elezioni da parte dei Ventisette?

A. G.: La nostra organizzazione riunisce 47 paesi, tra cui gli Stati membri dell’Unione europea, ma non soltanto. Nel quadro delle loro valutazioni elettorali, tutte le organizzazioni internazionali e pure i singoli paesi tengono sempre conto dei nostri rapporti, basati su un lavoro continuo e permanente, non soltanto su alcuni giorni trascorsi sul terreno.

Il Consiglio d’Europa, con sede a Strasburgo, è stato fondato nel 1949 e conta 47 Stati membri, tra i quali la Svizzera. Gli obiettivi del Consiglio d’Europa sono la difesa dei diritti dell’uomo, dello stato di diritto e della democrazia.

La Svizzera ha ratificato 104 delle 202 convenzioni del Consiglio d’Europa, convenzioni che fungono da base per le modificazioni e le armonizzazioni legislative.

Una delle più importanti è la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che consente a privati cittadini di inoltrare un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.

Detta anche “rivoluzione del gelsomino” è culminata il 14 gennaio scorso con lo sciopero generale e la fuga di Ben Ali, della seconda moglie Leila e di parte del suo clan.

Le prime avvisaglie della rivolta si sono sentite già nel novembre 2010. Provocata da un diffuso malcontento a causa dell’aumento del prezzo delle materie prime e dall’alto tasso di disoccupazione, la rivoluzione è scoppiata in tutta la sua ampiezza dopo la morte, il 4 gennaio scorso Mohammed Bouazizi.

Il giovane venditore ambulante di 26 anni si è immolato il 17 dicembre in segno di protesta contro i successivi sequestri delle sue bancarelle di frutta e verdura da parte delle autorità.

Traduzione e adattamento: Andrea Clementi

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