Le proteste in Svizzera sono meno radicali che altrove, ma altrettanto frequenti
La Svizzera non è certo nota per essere un focolaio di disordini. Eppure, in alcune delle sue città, le manifestazioni sono più frequenti che mai. Come si presenta una protesta nel Paese della stabilità politica?
La Svizzera è spesso associata a regole pignole piuttosto che a disordini politici. Quando occasionalmente la situazione degenera in violenza, gli estranei possono rimanere sorpresi. Nell’agosto del 2025, quando Losanna ha vissuto notti di disordini dopo la morte di un adolescente in fuga dalla polizia, la rivista britannica Spectator ha ritenuto opportuno specificare che ciò non stava accadendo a “Parigi o Lione”, ma “proprio lungo il lago di Ginevra, nella Svizzera apparentemente calma e ordinata”.
Ma è davvero sempre tutto così tranquillo?
Per Marco Giugni, politologo dell’Università di Ginevra, c’è del vero in questo cliché: le proteste in Svizzera tendono ad essere meno radicali che in Germania, Italia o Francia. Alcune eccezioni storiche sono state i movimenti di occupazione degli anni Ottanta, l’estremismo di destra o le proteste anti-globalizzazione: il ricordo delle violenze del 2003 a Ginevra, durante un vertice del G8 oltre confine in Francia, ha recentemente dominato i dibattiti mentre la città si prepara per un simile incontro del G7 a Evian, in programma dal 15 al 17 giugno 2026.
Tuttavia, nel complesso, se le manifestazioni svizzere sono solitamente pacifiche, è in gran parte grazie al sistema politico del Paese. I cittadini e le cittadine possono partecipare democraticamente, il che contribuisce a smorzare gli animi. Nel contempo, spiega Giugni, il sistema federalista del Paese offre molti “punti di accesso” per avanzare richieste, mentre le autorità adottano una linea relativamente permissiva nei confronti delle proteste. In Francia, al contrario, la politica è centralizzata e le autorità sono più severe, e le proteste possono essere più violente, che si tratti dei gilet gialli che occupano le rotatorie o delle rivolte guidate dai giovani.
Tuttavia, aggiunge Giugni, le proteste svizzere possono essere meno violente e più contenute, ma non sono meno numerose. Una ricercaCollegamento esterno del 2020 collocava il Paese nella media europea; da allora, città come Berna hanno persino registrato un aumento. E mentre gli scioperi e le proteste di classe erano storicamente meno presenti che in altri Paesi, movimenti come quello ecologista o femminista sono stati molto evidenti in Svizzera a partire dalla fine degli anni Sessanta. Più recentemente, non sono mancate le proteste legate al Covid-19, all’agricoltura o a Gaza.
Immagini storiche delle proteste in Svizzera:
Qual è il legame tra protesta e democrazia diretta?
In un Paese ricco con ampi diritti legati alla democrazia diretta e un’elevata fiducia nella politica, perché protestare? Le persone in un sistema più centralizzato potrebbero scendere in piazza per la frustrazione di non poter cambiare le cose in altro modo. In Svizzera, le cittadine e i cittadini possono imporre direttamente la loro idea nell’agenda politica. Perché, ad esempio, le attiviste e gli attivisti per il clima dovrebbero incollarsi alla strada quando possono raccogliere firme per un’iniziativa popolare?
Per chi manifesta non è così semplice. Molti – compresi quelli del movimento per il clima – si considerano come una risposta a una situazione di emergenza per la quale le istituzioni (soprattutto quelle svizzere) sono troppo lente. Vogliono un’azione ora, non tra qualche anno. Lanciare un’iniziativa popolare richiede anche denaro, tempo e contatti. Di contro, il diritto di protesta è visto da alcuni esperti come il canale più accessibile per chi non è in grado di partecipare alla politica istituzionale.
Giugni sostiene che non vi sia una netta divisione tra politica e proteste. Le persone non scendono in piazza solo quando la politica non funziona per loro, le manifestazioni sono piuttosto un “complemento” alla partecipazione istituzionale, afferma. Possono anche temperarsi a vicenda. L’opposizione alle misure svizzere contro il Covid-19, ad esempio, ha portato a intense azioni di piazza; dopo che l’elettorato ha approvato la politica pandemica del Governo in tre distinte votazioni popolari, l’opposizione si è in gran parte placata.
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Chi protesta in Svizzera?
In termini di propensione a manifestare, i dati europei mostrano che la Svizzera non è un caso a sé stante. Nel 2025, l’8% ha dichiarato di essere sceso in piazza per protestare nell’ultimo anno. Chi sono?
È difficile da definire con precisione, ma dati più vecchi citati da GiugniCollegamento esterno hanno individuato alcune caratteristiche comuni: i manifestanti svizzeri sono più spesso persone qualificate, della classe media e già coinvolte in associazioni o partiti politici.
Donne e uomini sono ugualmente propensi a protestare. Naturalmente questo varia a seconda delle questioni; una marcia a favore della Palestina difficilmente attirerà la stessa folla di una manifestazione contro l’aborto, mentre uno “sciopero delle donne” nazionale non attirerà la maggioranza degli uomini.
Una cosa che si può affermare con maggiore certezza è l’orientamento politico: i manifestanti in Svizzera tendono ad essere di sinistra. Ciò riflette la natura progressista di molti movimenti, ma anche una diversa concezione della politica. A sinistra, le proteste sono spesso viste come un mezzo politico legittimo; la destra tende ad avallare una visione più ristretta della politica, limitata alle istituzioni tradizionali. Almeno, questo è il caso della Svizzera e dei Paesi circostanti; nell’Europa dell’Est, le persone di destra sono più propense a protestareCollegamento esterno.
Eppure, anche in Svizzera non si tratta solo di attivismo di sinistra. Alcuni movimenti sono più eterogenei, o sfuggono completamente alle vecchie categorie. Le proteste contro il Covid-19, ad esempio, hanno mobilitato quella che il mondo della ricerca ha definito un “gruppo variegato” di personalità: di classe media, di mezza età, ben istruiti, esoterici, complottisti, con la tendenza a vedere le proprie azioni come eroiche – e “alienati dalla democrazia liberale”.
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Le proteste svizzere ottengono effettivamente qualcosa?
Giugni afferma che “per lo più non ottengono ciò che chiedono, o almeno ne ottengono solo una parte”. Ciò non sorprende, dato che alcune richieste sono difficili da soddisfare: le autorità di Zurigo non possono porre fine alla guerra a Gaza. E al di là della protesta stessa, il successo dipende dal sostegno in Parlamento o tra l’opinione pubblica. C’è anche l’atteggiamento generale nei confronti delle manifestazioni. In Giappone, esse sono “derise dalle élite al potere come capricci di chi non ha altro da fare”, ha scritto recentementeCollegamento esterno la Radiotelevisione svizzera di lingua francese RTS. In Svizzera non è così.
Anche la copertura mediatica è importante. Il modo in cui la stampa presenta una protesta influisce naturalmente su come il pubblico la percepisce. Gli agricoltori svizzeri avevano chiaramente questo in mente quando hanno organizzato un raduno fotogenico di trattori che formavano la scritta “SOS” nel febbraio 2024. Il movimento per il clima, nel frattempo, ha imparato che una grande copertura mediatica di atti di disobbedienza civile come i blocchi stradali non significa necessariamente un successo. Il numero di partecipanti alle loro manifestazioni è in calo.
La Svizzera sta restringendo lo spazio per la protesta?
Negli ultimi anni, in città come Berna, Zurigo o Basilea è stato registrato un aumento delle proteste, il che ha dato vita a titoli come “ogni giorno una manifestazioneCollegamento esterno” e a lamentele delle imprese. Per Giugni, tuttavia, ciò non equivale a un cambiamento di paradigma. Le proteste seguono cicli e “la situazione globale degli ultimi anni ha creato instabilità politica e incertezza che favoriscono l’emergere di movimenti”, afferma. L’incertezza apre le porte ai tentativi di cambiamento.
Ma ci sono state reazioni contrarie. Nel marzo 2024, le elettrici e gli elettori di Zurigo hanno approvato la cosiddetta iniziativa “anti-vandalismo”, che consente di addebitare ai manifestanti i costi delle proteste non autorizzate. Citando motivi di sicurezza, Berna ha vietato le proteste per oltre un mese alla fine del 2023, in un periodo di accesi dibattiti sulla guerra a Gaza. E dopo una violenta marcia nella capitale legata alla situazione a Gaza, nell’ottobre 2025, la polizia ha pubblicato le foto di 31 manifestanti, attirando critiche per quella che è stata considerata una “gogna online”.
Il Paese è stato criticato dall’estero. La ONG per i diritti umani Amnesty International ha affermato nel suo rapporto del 2024 che le difficoltà nell’ottenere l’autorizzazione a una manifestazione in Svizzera – spesso perché la procedura varia da cantone a cantone – possono scoraggiare i manifestanti dall’esercitare il proprio diritto in primo luogo. Amnesty ha anche messo in discussione l’uso di proiettili di gomma e gas lacrimogeni da parte della polizia.
Gli esperti delle Nazioni Unite hanno criticatoCollegamento esterno il Politecnico federale di Zurigo per aver avviato procedimenti legali contro gli studenti che hanno protestato per i legami dell’università con le istituzioni israeliane. E nel 2025, l’”atlante della società civileCollegamento esterno” globale dell’ONG tedesca Brot für die Welt ha addirittura declassato la Svizzera da “aperta” a “compromessa”, citando la violenza della polizia contro i manifestanti filo-palestinesi e la linea dura nei confronti degli attivisti per il clima. Ciò si inserisce in un quadro più ampio in cui la libertà di riunione e di protesta è sotto pressione a livello globale, ha scritto il gruppo.
Nonostante le critiche, tuttavia, la Svizzera si colloca ancora nella parte libera di questo quadro globale: secondo una classificaCollegamento esterno dell’istituto V-Dem, solo quattro paesi garantiscono meglio la libertà di associazione.
Articolo a cura di Benjamin von Wyl/gw
Traduzione di Marco Todarello
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