Una fine di regno che lascia aperti molti interrogativi
Dopo 12 giorni di battaglia ad Abidjan, per Laurent Gbagbo la partita è finita. Benché decisivo, l'intervento delle forze francesi e dell'ONU potrebbe nuocere a Alassane Ouattara. I rischi di una guerra civile sono ancora ben presenti, scrive la stampa svizzera.
Le fotografie di uno stordito Laurent Gbagbo poco dopo il suo arresto e di sua moglie Simone esibita come un trofeo dai soldati di Alassane Outtara dominano martedì le prime pagine di diversi quotidiani svizzeri.
Le Temps opta dal canto suo per una vignetta, che ritrae l’ex presidente ivoriano ammanettato e attorniato da due soldati con il viso dissimulato, ma la cui carnagione chiara dimostra quello che pochi contestano: benché attribuito alle forze di Ouattara, l’arresto è stato reso possibile, se non addirittura effettuato, dalle forze francesi e dell’ONU, intervenute lunedì con numerosi blindati per porre fine agli ultimi disperati tentativi di resistenza di Gbagbo e i suoi.
Un intervento – scrive il Tages Anzeiger riportando le parole di un portavoce del contingente Licorne – resosi indispensabile «per evitare un bagno di sangue».
Questa partecipazione dei militari francesi – annota però la Neue Zürcher Zeitung – è stata sfruttata fino all’ultimo e non mancherà di essere utilizzata ulteriormente dai fedeli di Gbagbo, che possono contare ancora su migliaia di soldati, per dimostrare che «Ouattara è solo una marionetta della Francia».
Il demone della guerra civile
Per 24 Heures, il decisivo appoggio militare francese «rafforzerà l’immagine che Gbagbo ha voluto dare del suo avversario: quella di un uomo dell’estero». «Nelle prossime settimane – sottolinea il foglio vodese – ci vorrà tutta l’abilità di Alain Juppé, vecchia volpe della diplomazia francese, per esorcizzare questo ritorno al passato [il passato coloniale francese, ndr] che sembra non finire mai».
«Come riconciliare gli ivoriani dopo l’arresto di Gbagbo?», si chiede dal canto suo Le Temps. «Il compito che attende Ouattara è immenso», scrive il quotidiano di lingua francese, tanto più che la sua presidenza è ormai macchiata da una «sorta di peccato originale», quello di essersi appoggiato sul sostegno militare dell’ex colonizzatore.
Secondo l’editorialista di 24 Heures, nei prossimi mesi Ouattara dovrà dimostrare molte qualità per riuscire a riconciliare il suo popolo, diviso in due nelle urne e sulla carta, tra sud e nord. «Ce la farà?»: i dubbi sono leciti, visto che è lui stesso accusato di aver fomentato dei massacri nell’ovest del paese. «L’ultimo demone – quello della guerra civile – non è infatti morto con la caduta di Gbagbo. L’ex presidente ha dei sostegni all’interno e degli alleati all’esterno. Anche in prigione, il vecchio capo può ancora ispirare delle truppe galvanizzate da un nazionalismo che ritiene di essere il solo ad incarnare», conclude il giornale vodese.
Un avvertimento ai tiranni?
Per Le Temps, la vicenda ivoriana può forse essere letta anche come «un avvertimento destinato ai tiranni che assillano l’Africa».
Il messaggio, scrive il quotidiano, è in sostanza che nel XXI secolo, in un periodo in cui il «dovere di proteggere» sembra farsi sempre più strada tra le istanze internazionali, «l’ostinazione sorda e cieca e l’oltranzismo omicida non pagano più».«Il potere […] lo si deve conquistare in modo leale, nelle urne».
Un avvertimento tanto più indispensabile – ricorda Le Temps – dal momento che quest’anno il continente africano è teatro di 19 elezioni presidenziali, molte delle quali, in Repubblica democratica del Congo o nello Zimbabwe, «partono da premesse molto preoccupanti».
28 novembre 2010: secondo turno delle elezioni presidenziali tra Laurent Gbagbo e Alassane Ouattara; accuse reciproche di aver impedito gli elettori di votare in certe regioni.
2 dicembre 2010: la Commissione elettorale annuncia la vittoria di Ouattara (54,1%); il risultato è respinto dal Consiglio costituzionale, fedele a Gbagbo.
3 dicembre 2010: Gbagbo è proclamato vincitore dal Consiglio costituzionale. L’ONU e diversi paesi, tra cui la Svizzera, riconoscono invece la vittoria di Ouattara.
16 dicembre 2010: una manifestazione dei sostenitori di Ouattara ad Abidjan viene repressa.
18 dicembre 2010: Gbagbo esige la partenza della missione dell’ONU (Onuci) e del contingente francese Licorne.
6 gennaio 2011: gli Stati Uniti congelano i fondi di Gbagbo e del suo clan; l’UE compie lo stesso passo il 14, la Svizzera il 19 gennaio.
19 gennaio 2011: violenti scontri ad Abidjan.
28 marzo: inizio di un’offensiva verso sud delle forze di Ouattara, che in quattro giorni assumono il controllo di quasi tutto il paese.
31 marzo: le forze di Ouattara entrano a Adidjan.
11 aprile: dopo 12 giorni di battaglia nella capitale, Laurent Gbagbo è arrestato.
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