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La diaspora egiziana attende le prime elezioni

Una manifestazionein anti-Mubarak a Zurigo, lo scorso 5 febbraio Keystone

Lunedì 28 novembre si terranno le elezioni parlamentari in Egitto, in un'atmosfera di grande tensione dopo i recenti scontri al Cairo e in altre città del paese. Swissinfo.ch ha chiesto l'opinione di alcuni dei circa 2'000 egiziani residenti nella Confederazione.

L’Egitto del dopo Mubarak deve prendere una serie di decisioni importanti: 50 milioni di egiziani, compresi quelli residenti all’estero, sono chiamati a eleggere i rappresentati nell’Assemblea del popolo; in seguito sarà la volta della Camera alta. In data da stabilire è infine prevista l’elezione presidenziale.

Dall’inizio della rivoluzione che ha portato alla caduta del presidente Hosni Mubarak sono già trascorsi 11 mesi. Durante questo lasso di tempo, la frustrazione della popolazione nei confronti del Consiglio supremo delle forze armate è continuamente aumentata.

Infatti, l’organo in questione non ha ceduto il potere a un governo civile, non ha ancora definito una data per le elezioni presidenziali e soprattutto ha lasciato finora impunite le persone che hanno causato la morte di centinaia di egiziani durante la rivoluzione. La tensione è quindi sfociata in nuovi scontri che hanno causato decine di morti e circa 1’250 feriti.

La gioia di votare

I cittadini egiziani residenti nella Confederazione hanno accolto con soddisfazione la recente decisione delle autorità di rendere possibile il voto anche per chi non abita in Egitto

Ismail Amin, ex professore di filosofia e studi orientali all’Università di Zurigo, sottolinea che «questa novità ha rinnovato il nostro senso d’appartenenza: ci sentiamo nuovamente parte integrante del nostro amato paese».

Un sentimento condiviso da Fawzia Al Ashmawi, che ha diretto fino a poco tempo fa il dipartimento di arabo e studi islamici presso l’Università di Ginevra. «Tale decisione è una delle benedizioni della rivoluzione», afferma.

«Verosimilmente Mubarak non ci avrebbe mai concesso questo diritto, essendo ben cosciente che gli egiziani residenti all’estero – molti dei quali sono intellettuali – conoscono il significato della democrazia, sono consci dei loro diritti e di cosa è davvero necessario per l’Egitto. La loro influenza spaventava il suo regime», aggiunge.

Secondo Ahmed Hammudah, che vive a Berna e lavora come traduttore presso l’Unione postale universale, i recenti episodi di violenza sono dovuti all’instabilità e alle lotte politiche dei partiti che cercano di imporre la loro visione.

A suo parere, le proteste costituiscono l’espressione della rabbia popolare per il fatto che le autorità di transizione consentono a esponenti del vecchio regime di candidarsi e partecipare al voto, «ciò che rischia di mettere in discussione l’integrità e la trasparenza delle elezioni».

Fawziya Assaad – scrittrice egiziana stabilitosi a Ginevra – saluta a sua volta la possibilità di votare, nonostante le difficoltà di carattere tecnico riscontrate durante la procedura di registrazione presso l’ufficio della commissione elettorale.

Parecchie difficoltà

Effettivamente la decisione di concedere il diritto di voto alla diaspora egiziana è stata tardiva e non priva di ostacoli per chi ha voluto esprimere il proprio parere.

A titolo di esempio, il sito Internet per i votanti è rimasto a lungo inaccessibile tra il 18 e il 19 novembre, ovvero poco prima della scadenza di registrazione. Vi sono poi state proteste a causa delle scarse informazioni sui candidati e le liste elettorali.

«Ci si è concentrati sul meccanismo di voto, ma la questione fondamentale resta: chi sceglieremo? Tutti i candidati dipendono dalla pubblicità elettorale locale, ma chi vive all’estero non li conosce affatto», osserva Ashmawi.

Vi è poi un altro aspetto problematico: il decreto che sancisce la possibilità di votare attraverso le ambasciate per gli egiziani all’estero stabilisce nel contempo l’obbligo di possedere una carta d’identità emessa prima del 27 settembre 2011 (il passaporto non è ammesso). Una procedura che de facto rischia di escludere dal voto molti espatriati.

L’ambasciata egiziana a Berna risponde a questo proposito che non può modificare tale condizione, visto che si tratta di una decisione emanata dal governo e dal Consiglio supremo delle forze armate. Il processo non sarà inoltre sorvegliato da osservatori esterni.

Giovanissima democrazia

Hammudah ritiene che questi problemi sono attribuibili alla scarsa esperienza democratica dell’Egitto, un paese sotto controllo militare dal 1952: «Non possiamo pensare di organizzare una democrazia perfetta nel giro di una notte».

Ciononostante, Hammudah ritiene che il voto rappresenta un passo verso il trasferimento del potere ai civili. «Queste elezioni ci permettono di vedere i volti di chi desidera guidare l’Egitto attraverso il parlamento e di capire in che misura i partiti sono pronti ad applicare la democrazia», rileva.

Per quanto concerne i risultati, Aszhmawi raccomanda prudenza: «Molti partiti sono stati creati subito dopo la rivoluzione, e non hanno avuto tempo a sufficienza per organizzarsi. Ecco perché ritengo che non sarà questo parlamento a realizzare i sogni degli egiziani o a rappresentare davvero il popolo egiziano».

Anche Amin la pensa così: «I nuovi partiti formati recentemente dai giovani non hanno la possibilità di esprimersi oppure di introdurre i loro principi e programmi. Di conseguenza, chi ha fatto la rivoluzione non sarà presente in parlamento», conclude.

Nel gennaio del 2011 ha avuto inizio un vasto movimento popolare di protesta nei confronti del regime ormai trentennale di Mubarak, che ha visto in piazza Tahrir, al Cairo, il centro nodale della protesta. Inizialmente pacifica, la rivolta si è acuita in poco tempo, provocando numerose vittime.

L’11 febbraio 2011, dopo fallite trattative e pesanti pressioni, il presidente ha rassegnato le dimissioni, consegnando alle forze armate la gestione degli affari di Stato, e i poteri presidenziali sono stati assunti dal feldmaresciallo Tantawi.

Nel marzo successivo la giunta militare ha posto a capo dell’esecutivo E. Sharaf, ex ministro durante il governo di Mubarak, dal quale aveva preso le distanze partecipando attivamente ai disordini popolari.

A pochi giorni dalle elezioni parlamentari del 28 novembre 2011, in ragione dell’inasprimento della rivolta che ha assunto ormai i caratteri di una guerra civile e a fronte dell’impossibilità di guidare il paese verso il passaggio dei poteri a un governo civile così come rivendicato dai manifestanti, Sharaf si è dimesso e ha ceduto pieni poteri al Consiglio supremo delle Forze Armate.

Fonte: Enciclopedia Treccani

traduzione e adattamento: Andrea Clementi

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