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Nell’Iwate traumatizzata, Max non converte nessuno

Il missionario svizzero Max Enderle non fa proseliti tra le vittime dello tsunami in Giappone swissinfo.ch

Il missionario sangallese Max Enderle vive da 57 anni in Giappone, nella provincia di Iwate, una delle più colpite dallo tsunami dell'11 marzo. Aveva lasciato la Svizzera nella speranza di convertire i giapponesi. Oggi ammette senza amarezza che non ne ha convertiti molti.

“Penso che molte persone vadano in cielo senza essere battezzate”, dice l’85enne che opera in Giappone dal 1954 per la Missione Betlemme Immensee. La sua parrocchia – circa 130 fedeli – ha due chiese, una a Kamaishi, città martire dello tsunami, e l’altra a Tono, una quarantina di chilometri verso l’interno. È li che lui vive ed è lì che si trovava sei mesi fa, quando la terra ha cominciato a tremare come non mai.

Nella piccola sala da pranzo della sua modesta casa, lo svizzero ricorda e racconta. All’indomani del terremoto, è andato a Kamaishi per fare un sopralluogo. La sua chiesa, situata un po’ in collina, ha subito danni di lieve entità. Il piano terra è stato brevemente allagato: si è dovuto cambiare il pavimento e basta. Niente a che vedere con l’orrore vissuto da migliaia di altri abitanti.

Fornire aiuti di emergenza

Immediatamente, il missionario ha avviato azioni di aiuto alle vittime della costa, con il suo vicino e amico giapponese, un contadino cattolico. “Abbiamo preparato minestra, riso, piatti di carne. Il mio amico ha ricevuto l’autorizzazione a circolare sulla strada, ricevere benzina, fornire aiuti di emergenza”.

A Kamaishi, la chiesa e la canonica erano adibite per ospitare due parroci. Adesso vi alloggiano una trentina di soccorritori. Lo tsunami non ha travolto nessuno della settantina di parrocchiani della missione di Kamaishi, però ha causato ingenti danni materiali.

Ma in Giappone, “non si apre il cuore verso l’esterno, anche se si soffre molto,” dice Max Enderle, che parla delle migliaia di persone che ora vivono in alloggi di fortuna. “Non sono altro che baracche. La gente ha solo una piccola stanza per sé, soffre di solitudine e i tassi di suicidio sono molto elevati”.

Che sostegno spirituale può offrire un prete cattolico per alleviare queste persone? “Non può fare granché”, dice Max Enderle .”È davvero difficile”. Racconta della generosità di alcuni suoi parrocchiani, del suo vicino contadino che organizza regolarmente attività per loro: “Fa loro dei massaggi, li ascolta. In marzo, quando i sinistrati vivevano tutti insieme nelle palestre, aveva organizzato un autobus per andare con loro regolarmente in un centro balneare”.

Uomini di fede sprovvisti di mezzi

In termini di sostegno morale, gli uomini di fede, di qualsiasi religione, sono piuttosto impotenti. Nel tempio zen di Shuangji, il bonzo principale Shikin Ogurosawa ha presieduto un centinaio di cerimonie funebri dopo la catastrofe di sei mesi fa. Ma per quel che riguarda l’alleviamento delle pene dei superstiti, riconosce che è difficile. “Tento di riconciliarli con il mare, che solitamente funge da nutrice in queste regioni della costa, ma molti hanno cominciato ad odiarlo”.

Nel corso degli anni la Missione di Betlemme in Giappone si è ridotta ai minimi termini. “Negli anni ’60 nella prefettura di Iwate eravamo 30 missionari. Oggi siamo rimasti solo in tre”, spiega Enderle.

Nel 1954 quando s’imbarcò a Londra per una traversata di cinque settimane a destinazione di Yokohama, lo fece per “convertire i giapponesi, diffondere il Vangelo, convincere che Dio ci ama”. Ma “non vi fu una grande ondata di conversioni”. Cosa che non rimpiange. “Sono fatti loro”.

Un sogno d’infanzia

Diventare missionario, partire all’altro capo del mondo, era un sogno d’infanzia, “sin dalla scuola elementare e dalla mia prima comunione”. Perché l’Impero del sol levante? “Perché il paese usciva dalla guerra, tutto era possibile. Al momento della mia ordinazione, nella mia classe a Immensee eravamo in dodici a sognare il Giappone”.

Quasi 60 anni dopo, Max Enderle dice che il Giappone gli ha insegnato molto. In particolare egli apprezza la cordialità degli abitanti.

Il futuro è incerto per questo giapponese d’adozione. “A 85 anni è forse ora di andare in pensione”, dice con un pizzico di tristezza nella voce. Un problema al ginocchio gli impedisce di spostarsi come prima, quando si arrampicava sulle vette del Giappone.

“Finire qui la mia vita? Sarebbe un fardello per la gente di Tono. Torno piuttosto in Svizzera, dove mi aspetta una pensione a Immensee. C’è anche qualche ex missionario del Giappone”.

Sarà l’occasione di ricordare la vita trascorsa agli antipodi, consacrata a Dio, ma anche a quelle donne e a quegli uomini che credono e pensano in modo diverso, ma che non sono meno adorabili e meno valorosi.

Lo tsunami dell’11 marzo 2011 ha fatto oltre 20mila morti e dispersi lungo le coste del Giappone settentrionale.

La prefettura di Iwate, a nord di quella di Fukushima, è una delle più devastate.

Circa 1’250 abitanti, dei 40mila che contava la città di Kamaishi, vi hanno perso la vita.

A sei mesi di distanza, il centro della città è ancora solo rovine. La pesca non è ripresa, poiché gli impianti portuari sono gravemente danneggiati. Numerosi abitanti si lamentano delle lentezze del governo. Ignorano se, dove, quando e come potranno ricostruire le loro case.

L’origine della Missione risale al 1895, con la fondazione dell’Istituto Betlemme, nel cantone di Lucerna.

L’obiettivo è di formare al prelato ragazzi di famiglie povere, per le parrocchie abbandonate in Europa.

Un decreto papale, nel 1921, fonda il seminario svizzero per le missioni estere, che dal 1934 si chiamerà Società missionaria di Betlemme in Svizzera.

Le prime missioni oltremare sono fondate in Cina. Poi lo Zimbawe, il Giappone, la Colombia, Taiwan…

Nel 2000 la Missione ha creato un’associazione di

laici impegnati (Partner di Betlemme), che conta oltre 70 volontari in progetti in Asia, Africa e America latina.

(Traduzione dal francese: Sonia Fenazzi)

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