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“Voleva che si raccontasse la sua storia”

Demetra Jefferson mostra la foto del marito Delma Banks, la cui esecuzione fu sospesa in extremis nel 2003 dalla Corte suprema degli Stati Uniti, dopo che aveva trascorso 23 anni nel braccio della morte. Banks è tuttora in attesa di un nuovo processo Fabian Biasio

Anche parenti di condannati a morte possono diventare vittime. Un fotogiornalista svizzero lo testimonia. Nella Giornata mondiale contro la pena di morte ricorda l'esperienza vissuta nel 2003 nella capitale delle esecuzioni in Texas.

“Volevo raccontare una storia sulla pena capitale”, spiega Fabian Biasio. Rapidamente si è reso conto che i texani non lo aspettavano. “Non ho avuto alcun accesso al luogo dell’esecuzione, né al braccio della morte”, dice Biasio. “Huntsville è la capitale del sistema carcerario del Texas. Ogni esecuzione nello stato americano viene eseguita a Huntsville”.

Dopo essere stato ammesso sulla lista dei visitatori di un prigioniero, ha almeno potuto dare un’occhiata alla zona per le visite del braccio della morte. È così che ha avuto modo di conoscere Tina Morris, sorella di James Colburn. “Tina era seduta accanto a me, visitava il fratello. Era la vigilia della prima data fissata per l’esecuzione, che però è poi stata rinviata”.

Due famiglie vittime

Vide in Tina l’opportunità di raccontare una storia particolare: il fatto che un’esecuzione fa un’altra famiglia vittima, quella del colpevole. “L’autore del delitto ha causato un’enorme sofferenza alla famiglia della vittima e lo stato causa grandi sofferenze alla famiglia del colpevole”, dice Fabian Biasio.

Ha intitolato la sua storia “Diario di un’esecuzione”. Le foto mostrano Tina Morris nella settimana precedente l’esecuzione di suo fratello James. “Non ero solo un fotografo, ma anche il suo accompagnatore e autista”.

La sua famiglia in quella settimana è stata importante, ma per la sua ultima visita nel braccio della morte Tina stava talmente male che non voleva avere in giro nessuno della sua famiglia.

“Erano troppo legati. Credo che non volesse che i suoi figli o il suo partner la vedessero in quello stato. Di me non le importava”. “Tina, ti fotograferò anche se starai molto male, se piangerai”, l’avevo avvertita. È stata d’accordo. “Voleva che si raccontasse la sua storia”.

“La seconda volta era morto”

James Colburn era schizofrenico. “James ha anche commesso un omicidio a causa della sua malattia. Aveva ucciso una donna con un coltello da cucina”, dice Biasio, che ha visto solo due volte il fratello di Tina.

“Ho parlato al telefono con lui per circa mezzo minuto. La conversazione è stata molto breve, perché è vietato parlare con i detenuti, dai quali non si è stati invitati. Al secondo contatto James era morto”.

Una volta che qualcuno è venuto a braccio della morte, è stato rinchiuso dietro un vetro antiproiettile, anche dai suoi parenti. “Il primo contatto fisico avviene dopo l’esecuzione. Non vi è alcun ultimo abbraccio, nessuna stretta di mano”.

Perché gli Stati Uniti funzionano in modo diverso?

Negli Stati Uniti, secondo Biasio, è molto impopolare impegnarsi contro la pena di morte. Anche per Barack Obama non è un tema all’ordine del giorno. “Gli costerebbe molti voti. Solo dei gruppuscoli per la difesa dei diritti umani prendono posizione contro la pena capitale”.

Perché la pena di morte in America non è fuori legge come in Europa, dove vige ancora solo in Bielorussia? “Credo che vi siano spesso profondi motivi religiosi: occhio per occhio, dente per dente, idee legate al Vecchio Testamento, che sono profondamente radicate nell’animo popolare statunitense”, dice il fotografo.

Delega di uccidere

Per Biasio, le esecuzioni effettuate dallo stato sono omicidi delegati. “Alla fine la sentenza è eseguita da due boia anonimi, ognuno dei quali preme un pulsante in una stanza attigua oscurata. Un pulsante mette in moto il meccanismo che innesca l’iniezione letale. L’altro non è collegato”.

Il fotografo riconosce che la sanzione è  una misura di cui una società ha bisogno per il funzionamento. “Ma spesso si dimentica che ogni uomo dovrebbe avere l’opportunità di migliorare”.

Ricordo indelebile

“Ho imparato allora che il dolore mentale può anche causare dolore fisico”, afferma il fotografo ricordando il suo soggiorno in Texas nel 2003. “Non ho mai visto nessuno soffrire così tanto come Tina in quella settimana. Personalmente mi ha colpito molto”.

In occasione della mostra delle sue foto a Winterthur, ha nuovamente incontrato Tina, un anno dopo l’esecuzione di suo fratello. Sono stati a guardare le foto, la sua storia. “È stato un momento incredibilmente intenso”.

Biasio ha adattato Vita e morte a Huntsville, Texas anche per un diaporama presentato su Internet. “Tina lo guarda tutti i giorni. L’esecuzione fa parte della sua storia. Deve convivere con questo trauma”.

Imbarbarimento della società

Studi dimostrano che la salute mentale dei parenti delle vittime di omicidio non migliorano veramente dopo che i colpevoli sono stati sottoposti ad esecuzione capitale. Perciò negli Stati Uniti parenti e amici di vittime di omicidio hanno costituito un’associazione contro la pena di morte.

“A mio parere, se lo stato esercita il suo monopolio della violenza con questa brutalità, ciò conduce ad un abbrutimento della società”, dice Biasio.

Sofferenza infinita

“Nel profondo del mio cuore so che la pena di morte è sbagliata. Quando nel 2010 in Svizzera si è parlato della reintroduzione della pena di morte era stato detto, ho pensato, per fortuna va tutto bene. Perché se succedesse qualcosa di brutto, in Svizzera si raggiungerebbe una maggioranza per la pena di morte”.

Biasio ha visto in Texas che la pena di morte porta sofferenze infinite. “Sono soddisfatto di qualsiasi società che si assume questa responsabilità e dice: No, qui non la vogliamo”.

139 stati (70%) hanno stralciato la pena di morte dal diritto penale o non la applicano.

96 stati l’hanno completamente abolita.

9 stati la prevedono unicamente per crimini di guerra o nell’ambito del diritto penale militare.

34 stati l’hanno abolito nella pratica, ma non nella legge.

58 stati la mantengono.

Solo un terzo della popolazione mondiale vive in paesi in cui non vi sono esecuzioni capitali.

La Svizzera ha abolito la pena di morte in tempo di pace nel 1942 con l’entrata in vigore del codice penale unificato.

Nel 1992 è stata soppressa anche in caso di guerra. Ora il bando assoluto è garantito dalla Costituzione federale (articolo 10). 

La commissione internazionale contro la pena di morte trasferirà la sua sede da Madrid a Ginevra, ha comunicato lunedì il presidente di questo organismo creato nel 2010 e sostenuto da 14 paesi. Scopo della commissione è di giungere a una moratoria universale sulla pena di morte entro il 2015.

La decisione è stata accolta con favore dalla presidente della Confederazione Micheline Calmy-Rey, che proprio lunedì ha presenziato all’inaugurazione della quarta assemblea di tale organismo. La commissione, di cui la Svizzera assume la presidenza per la durata di un anno, sarà integrata nell’Accademia di diritto internazionale umanitario.

Tra i membri della commissione figurano l’ex presidente del consiglio italiano Giuliano Amato, l’ex alta commissaria ai diritti umani Louise Arbour e l’ex ministro francese Robert Badinter, all’origine – trent’anni fa – della legge che portò all’abolizione della pena di morte in Francia.

Nato nel 1975 a Zurigo, il fotoreporter vive e lavora a Lucerna.

Fabiano Biasio collabora lavora per diversi media svizzeri e tedeschi, tra cui Das Magazin, Tages-Anzeiger, Beobachter, Radio svizzera tedesca DRS, Televisione svizzera tedesca SF, Die Zeit, Spiegel.

(Traduzione dal tedesco: Sonia Fenazzi)

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