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Il post Mubarak per gli Usa è già iniziato e Washington vorrebbe che a guidarlo ci fosse Omar Suleiman. Dopo le anticipazioni del New York Times, che ha rivelato come tra Casa Bianca e governo egiziano siano in corso trattative per l'uscita "immediata" di Hosni Mubarak, ieri, nella "Giornata della partenza", è emerso in modo chiaro che gli Usa premono affinché sia l'attuale vicepresidente, Omar Suleiman, l'uomo della transizione.

È stato lo steso presidente a confermare che per gli Stati Uniti il processo deve avvenire subito e che sono state già avviate "discussioni politiche" perché si completi in modo rapido. Il New York Times, citando fonti interne all'amministrazione Obama, anche questa sera conferma che le trattative in tal senso sono in corso da giorni e che il cavallo degli Usa rimane Suleiman. E non Mubarak.

Barak Obama ha infatti sottolineato, durante una conferenza stampa alla Casa Bianca, che il "ritorno ai vecchi metodi non funzionerà". Così come, ha ammonito, "non funzionerà la soppressione delle proteste, non funzionerà l'uso della violenza, non funzionerà la chiusura dei mezzi di comunicazione". Parole chiare indirizzate all'anziano presidente.

Mentre sul piano ufficiale gli Stati Uniti continuano a dire che non spetta a loro avere un ruolo nella scelta della leadership dell'Egitto, dietro le quinte dell'ufficialità i negoziati sono in realtà frenetici, costanti e a vari livelli, compresi i più alti.

Barack Obama in persona ha chiesto a Mubarak di lasciare. Lo ha fatto nel colloquio telefonico avuto con lui martedì scorso, subito dopo aver ascoltato il discorso del presidente egiziano. Hosni Mubarak ha rivelato alla Abc che, in quello stesso colloquio, ha replicato a Obama che "non capisce la cultura egiziana", e che se lasciasse subito "in Egitto sarebbe il caos". Ma, nei fatti, è cominciata tra i due presidenti la prima trattativa per una transizione "immediata".

Sulla quale la Casa Bianca continua a premere senza per questo sentirsi in alcun modo colpevole di "tradimento" nei confronti dell'Egitto. Anzi. Mentre da un lato il portavoce dell'amministrazione Usa, Robert Gibbs, parlando con i giornalisti diceva che "per noi chiedere una transizione ora significa 'ora, adesso, subito", dall'altro il vicepresidente, Joe Biden, telefonava direttamente a Suleiman per reiterare il messaggio: trattative "subito" tra governo e opposizione, per "un vero governo democratico".

Se l'ufficialità non lo può ancora affermare in modo chiaro, per via degli equilibrismi difficilissimi che la situazione richiede, nello stesso tempo appaiono ormai chiari i segnali che puntano in quella direzione. Suleiman è stato nominato dallo stesso Mubarak, il che facilita l'uscita di scena dell'anziano presidente. Inoltre è da tempo in contatto con gli Stati Uniti, essendo stato per anni il capo dell'intelligence egiziana.

C'è poi un ulteriore elemento da tenere in considerazione. La prima tv occidentale ad intervistarlo è stata l'Abc. È la televisione americana più vicina al presidente Obama. Ed è stata proprio la giornalista della Abc Christiane Amanpour ad ottenere prima un'intervista esclusiva con Mubarak, poi una seconda esclusiva con Suleiman. L'attuale vicepresidente appare, in questa fase della crisi egiziana, l'uomo su cui punta Washington per la difficile successione al Cairo.

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SDA-ATS