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Per gli Stati Uniti il post-Mubarak è già cominciato: seppur in termini non ancora ufficiali, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha chiesto al presidente egiziano, Hosni Mubarak, di non ripresentarsi alle prossime elezioni. E sembra proprio che messaggio sia stato recepito.

Washington evita con cura di fornire indicazioni su quale potrebbe essere il successore più gradito, ma oggi - dopo la manifestazione imponente tenutasi nella capitale egiziana - ha mandato al Cairo il messaggio più forte da quando la crisi ha avuto inizio: che Mubarak garantisca la transizione, ma lasci.

Il momento è troppo delicato per poter essere più espliciti. Se l'Egitto dovesse esplodere, tutto il Medio Oriente andrebbe in fiamme. Per questo da Washington guarda con il fiato sospeso tanto alla manifestazione del Cairo, quanto gli effetti che la situazione in Egitto sta avendo nella regione: Re Abdallah di Giordania ha nominato un nuovo primo ministro; il premier israeliano, Benyamin Netanyahu, ha chiesto all'Egitto il rispetto del trattato di pace con Israele; da Teheran arrivano pressioni opposte affinchè dall'Egitto si apra un processo "per un Medio Oriente islamico e potente capace di opporsi a Israele"; mentre dalla Tunisia è arrivata la conferma ufficiale che i morti della rivoluzione sono stati oltre 200.

Lo scenario è potenzialmente esplosivo, e Washington ha seguito la 'Million Man March' col fiato sospeso, confermando di aver evacuato 1.200 suoi connazionali. Solo al termine, attraverso 'fonti diplomatiche' citate dal New York Times, è emersa la posizione americana: il presidente Obama ha chiesto a Mubarak di non ripresentarsi alle prossime elezioni.

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SDA-ATS