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Libia: no fly zone, i dubbi delle grandi potenze

Gheddafi non molla. Il rischio di una instabilità permanente della Libia si fa forte, ma la comunità internazionale, che non vuole replicare né l'Iraq né l'Afghanistan, prende tempo e accantona di fatto l'ipotesi di una no fly zone, valutata, all'inizio della crisi, con un certo calore. A pesare, più o meno esplicitamente, riserve politiche, cautele militari, costi.

"La Nato non ha intenzione di intervenire in Libia, ma ci prepariamo a tutte le eventualità", ribadisce da giorni il segretario generale Anders Fogh Rasmussen, precisando che l'Alleanza "prende atto" degli appelli degli insorti che hanno chiesto l'intervento di forze aeree straniere. Ma ricordando anche che il Consiglio di Sicurezza Onu non ha dato per il momento alcun mandato per il ricorso a operazioni di tipo militare in Libia, come la creazione di una no fly zone.

Secondo fonti diplomatiche occidentali,"il Consiglio di Sicurezza non ne sta parlando" e non ci sono contatti neppure tra Onu e Unione africana, che potrebbe essere coinvolta insieme alla Lega araba, come avevano auspicato ieri i ministri degli Esteri dell'organizzazione panaraba.

Era stato il vice ambasciatore libico all'Onu, Ibrahim Dabbashi, mentre si sganciava da Gheddafi al Palazzo di Vetro, il 21 febbraio, a chiedere per primo una no fly zone su Tripoli e gli echi, positivi seppure appena abbozzati, erano stati immediati presso la comunità internazionale. Contro la violenta reazione del colonnello alla rivolta, e contro il rischio di somalizzazione o balcanizzazione della Libia - luogo di interessi e investimenti - l'idea era in qualche modo piaciuta all'Occidente.

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