Un’iniziativa per abolire l’esercito
A dodici anni di distanza, gli antimilitaristi ripartono all'assalto di un'istituzione in cura dimagrante.
La politica di sicurezza svizzera continua a far discutere e a generare votazioni. Dal 1962 il popolo svizzero è stato chiamato ben nove volte ad esprimersi.
Nel 1989 un’iniziativa popolare che mirava all’abolizione dell’esercito fece scalpore, nel mondo politico svizzero. Un terzo dei votanti e due cantoni l’approvarono, contribuendo ad infrangere un tabù e ad innescare un dibattito sulla politica di sicurezza che in qualche misura dura ancora oggi.
Dodici anni dopo, l’organizzazione promotrice di quell’iniziativa – il Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSsE) – ci riprova. Nel 1998 ha lanciato l’iniziativa popolare “per una politica di sicurezza credibile e una Svizzera senza esercito”.
La Svizzera paese senza esercito
L’iniziativa vuole fissare nella Costituzione il principio secondo cui “la Svizzera non ha esercito”. Confederazione, cantoni e comuni non potrebbero disporre di forze armate militari. L’unica eccezione riguarda la partecipazione armata a missioni internazionali di pace, sottoposta però obbligatoriamente a votazione popolare.
I compiti civili finora svolti dall’esercito, come l’aiuto in caso di catastrofe o gli interventi di salvataggio, dovrebbero essere assunti dalle autorità civili. Gli effettivi dell’esercito dovrebbero essere sciolti entro dieci anni. Alla Confederazione toccherebbe il compito di promuovere la riconversione delle imprese e delle amministrazioni toccate dall’abolizione delle forze armate.
Il GSsE mira con la sua iniziativa a rivedere il concetto della politica di sicurezza svizzera, basandola sui diritti umani e sulla gestione non violenta dei conflitti. In particolare la Confederazione dovrebbe promuovere la parità fra i sessi e fra i gruppi sociali e la distribuzione equa delle risorse naturali.
Una visione utopica della società?
Nel suo messaggio del luglio 2000 il Consiglio federale invita a respingere l’iniziativa. Il governo ritiene che la proposta del GSsE si basi su una visione utopica della società e ribadisce che l’esercito rimane un elemento essenziale, anche se non l’unico, della politica di sicurezza della Confederazione.
Nel dibattito parlamentare i deputati contrari all’iniziativa hanno sostenuto tra l’altro che la rinuncia all’esercito costringerebbe la Svizzera a mettersi sotto la protezione di altri stati. Critiche sono venute anche da parte dei fautori di una più stretta cooperazione internazionale nell’ambito della sicurezza. Secondo questi, senza esercito la Svizzera non potrebbe essere un partner credibile.
Molti hanno rilevato poi la contraddizione tra il principio secondo cui la Svizzera non avrebbe un esercito e la possibilità di una partecipazione armata a missioni internazionali di pace. A sinistra si è inoltre fatto notare che se la prima iniziativa sull’abolizione dell’esercito ha avuto il pregio di aprire il dibattito su senso e funzione delle forze armate, quella attuale rischia di trasformarsi in un plebiscito a loro favore.
Le nuove minacce
Alle critiche i fautori dell’iniziativa rispondono sostenendo che le minacce attuali alla sicurezza non sono più di natura strettamente militare. Tensioni etniche e sociali, pericoli ambientali, terrorismo richiederebbero una risposta preventiva e non dissuasiva. Gli antimilitaristi vogliono dare un nuovo fondamento alla politica di sicurezza, dando assoluta priorità alla risoluzione civile dei conflitti e mettendo in primo piano i diritti umani e sociali.
Menzionando la possibilità di una partecipazione svizzera a interventi armati internazionali in favore della pace, gli iniziativisti hanno voluto lasciare una porta aperta alla discussione sul ruolo della Svizzera nel contesto della politica di sicurezza internazionale.
Consiglio nazionale e Consiglio degli Stati hanno seguito la linea del Consiglio federale, respingendo a larga maggioranza l’iniziativa.
Andrea Tognina
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