A 35 anni dalle guerre jugoslave: i ricordi del fotografo Thomas Kern
Bambini che giocano a casa nel complesso residenziale “Bratstva i Jedinstva” (Fraternità e Unità), Sarajevo, giugno 1993.
Thomas Kern
Vista da una stanza vuota dell’Holiday Inn su una delle due torri dell’Università e in direzione del centro e della città vecchia. Sarajevo, maggio 1993.
Thomas Kern
Un convoglio lascia Sarajevo. Evacuazione dei cittadini ebrei dalla città. Sarajevo, maggio 1993.
Thomas Kern
Emergenza nel reparto di chirurgia dell’ospedale di Koševo. Sarajevo, dicembre 1992.
Thomas Kern
Preghiera nella moschea Begova-Dzamija, nel centro storico. Sarajevo, dicembre 1992.
Thomas Kern
A sinistra: un giovane soldato di un’unità bosniaco-croata a Bosanski Brod, settembre 1992. A destra: un uomo all’ingresso del pronto soccorso dell’ospedale di Koševo, dopo aver portato lì due feriti. Sarajevo, maggio 1993.
Thomas Kern
Andare a prendere l'acqua in centro città in una soleggiata giornata primaverile. Il cartello "Sklonište" indica la direzione di un rifugio pubblico. Sarajevo, giugno 1993.
Thomas Kern
Una scena di strada nel quartiere di Koševo. Sarajevo, gennaio 1993.
Thomas Kern
Visita dei medici di reparto nel seminterrato dell’ospedale Koševo. Sarajevo, maggio 1993.
Thomas Kern
Attesa nell'obitorio dell'ospedale Koševo. Sarajevo, gennaio 1993.
Thomas Kern
Reclute appena arruolate nell'Esercito bosniaco durante un'esercitazione. Sarajevo, giugno 1994.
Thomas Kern
Golo Brdo (Collina Nuda), situata sulla catena collinare di Žuč, fu una delle linee del fronte più importanti e più contese durante l'assedio di Sarajevo. Dicembre 1992.
Thomas Kern
Un uomo è in piedi sulla soglia di casa sua, vicino alla vecchia stazione degli autobus. Sarajevo, dicembre 1992.
Thomas Kern
A sinistra: un soldato delle Nazioni Unite addormentato e alcuni aerei da trasporto sulla pista dell’aeroporto di Zagabria, agosto 1992. A destra: Vladimir Gluvačević, non vedente, nella sua abitazione a Sarajevo, aprile 1994.
Thomas Kern
Bambini giocano in un terreno incolto alla periferia di Zenica, gennaio 1993.
Thomas Kern
Visita in un appartamento poco dopo un bombardamento di artiglieria, Bosanski Brod, ottobre 1992.
Thomas Kern
Un uomo con una catasta di legna da ardere e una bara all’ingresso del cimitero di Lav, nel quartiere di Koševo. Sarajevo, dicembre 1992.
Thomas Kern
Una brutta notizia da casa, Zenica, gennaio 1993.
Thomas Kern
Il fotografo di Swissinfo Thomas Kern documentò le guerre in Croazia e in Bosnia e seguì per mesi l'assedio di Sarajevo. Un racconto personale.
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Come editor fotografico sono responsabile dell'uso editoriale della fotografia su SWI swissinfo.ch e delle nostre collaborazioni con le e i fotografi. Quando se ne presenta l'occasione, prendo la macchina fotografica e accompagno uno dei nostri giornalisti.
Mi sono formato come fotografo a Zurigo e ho iniziato a lavorare come fotoreporter nel 1989. Nel 1990 ho fondato l'agenzia fotografica svizzera Lookat Photos. Vincitore per due volte del World Press Award, ho ricevuto anche diverse borse di studio nazionali svizzere. Il mio lavoro è stato ampiamente esposto ed è presente in diverse collezioni.
Come giornalista mi occupo degli sviluppi della democrazia in cui la prospettiva svizzera diventa rilevante.
Sono svizzero e da tempo sono affascinato dal modo in cui le discussioni pubbliche plasmano la società.
Non andavo spesso all’Holiday Inn. In realtà mi ero ripromesso di non andare a Sarajevo. La città era sotto assedio dalle forze armate serbe dall’aprile 1992. E poi avevo l’impressione che ci fossero già abbastanza fotoreporter sul posto. Non volevo far parte di quel gruppo che si era assiepato nell’unico albergo della città.
All’inizio del 1992 mi trovavo a Davos. Stavo realizzando un servizio fotografico su un centro per richiedenti l’asilo per un giornale svizzero. Lì ho incontrato i primi rifugiati provenienti da un Paese che si stava disgregando: la Jugoslavia. I racconti di quelle persone mi sono rimasti addosso, hanno mosso qualcosa dentro di me. Anche se avevo già sentito parlare del massacro di Vukovar, per la prima volta mi sono trovato di fronte alla guerra in Europa, un conflitto che si stava consumando quasi davanti alla porta di casa.
Una doppia pagina tratta dal diario del fotografo con un autoritratto incollato – con tanto di macchina fotografica, casco e giubbotto protettivo. Settembre 1992.
Thomas Kern
Con un amico condividevo allora un’automobile, una Saab, che con il passare del tempo divenne sempre più mia. E fu con questa macchina che nell’agosto del 1992 mi misi in viaggio verso la Croazia. A Zagabria alloggiai da alcune collaboratrici e collaboratori dell’ONU.
Da lì mi sono avvicinato al fronte. Ho attraversato più volte la Drina, diretto a Bosanski Brod, dove si affrontavano unità croate, bosniache e serbe. Sul campo mi orientavo con l’aiuto di diverse carte geografiche che mi permettevano di individuare e valutare i rischi. Dopo un po’ mi sono reso conto che in quella zona del conflitto non avrei trovato ciò che mi interessava davvero.
Non mi consideravo un fotografo di guerra. A me interessava piuttosto quali effetti avesse il conflitto sulle persone, costrette a convivere giornalmente con le bombe, le distruzioni e la morte. Le tante discussioni con Ervin, un giornalista sloveno del settimanale Mladina e con una lunga esperienza alle spalle, mi ha convinto che dovevo andare a Sarajevo se volevo trovare ciò che mi interessava.
Dal 1992 al 1996, per 1’425 giorni, truppe e milizie serbe occuparono i sobborghi e le colline attorno a Sarajevo. Fu l’assedio più lungo del XX secolo. In città rimasero tra 350’000 e 450’000 persone. Mentre alcuni abitanti fuggivano, nella Sarajevo assediata arrivavano nuovi profughi dall’est della Bosnia. I rifornimenti più essenziali erano garantiti grazie a un ponte aereo e un tunnel.
Ogni giorno, sulla città cadevano oltre 300 granate, mentre i cecchini serbi tenevano sotto tiro le strade e gli abitanti.
Secondo le stime, colpi d’arma da fuoco e bombardamenti uccisero più di 11’000 abitanti.
In Croazia incontravo soprattutto croate e croati. Avevano opinioni diverse, ma condividevano comunque una visione del mondo molto simile.
A Sarajevo era diverso. Nella Jugoslavia che si stava disintegrando, la città era il simbolo dello Stato multietnico. Qui vivevano bosniaci, serbi, croati, ebrei e rom. Le persone che incontravo e con cui parlavo erano consapevoli che era in gioco quella convivenza. Sentivo quanto fossero lacerate da questa prospettiva.
Le mie fotografie sono apparse insieme a un testo dello scrittore croato-bosniaco Miljenko Jergović. Le sue parole descrivono le immagini meglio di qualsiasi didascalia.
“I maestosi pioppi, le acacie e i frassini cadono sulle venerabili forme gotiche del marmo austroungarico. La pietra friabile si sgretola, corrosa dalla pioggia acida e dal comunismo. Cadono le lapidi con i loro ricordi eterni, per rimanere per sempre a terra, per scomparire. Le persone vogliono scaldarsi, e non tengono il conto dei morti. Sono freddi, da qualche parte in profondità, sotto tutto questo orrore, lontani da quell’incorreggibile bisogno dei vivi di mantenere la temperatura corporea a quei confortevoli 36,8 gradi”.
Scaldarsi bucando le tubature del gas
Faceva un freddo cane. E il riscaldamento era inesistente. O si accendeva un fuoco o ci si scaldava con il gas. Si praticavano fori nelle tubature del gas e vi si avvicinava una fiamma. A Sarajevo alloggiavo da gente locale e questo mi ha permesso di vivere da vicino la loro quotidianità. Ho visto come ci si procurava la legna da ardere e l’acqua. È così che ho conosciuto la città.
Giorno dopo giorno, Sarajevo mi è diventata sempre più familiare. Andavo in giro per ore a fotografare. Mi recavo ovunque, o almeno dove ero al sicuro dai cecchini serbi. In città veniva pubblicato ancora un giornale bosniaco, Oslobođenje: le notizie riportate, insieme ai consigli delle persone che mi ospitavano, mi erano di grande aiuto per orientarmi.
Abitavo da Medina, che avevo conosciuto grazie a Ervin. Anche lei era giornalista e scriveva per il giornale Mladina. Con lei vivevano anche la sorella Jasna, i suoi figli, Ismira e Sead, che lavorava per l’ufficio stampa dell’esercito bosniaco.
Le immagini seguenti provengono dall’archivio privato di Thomas Kern. All’epoca non erano state scattate per essere pubblicate.
Una piccola festa a casa per distrarci da una quotidianità difficile. Con una bottiglia di spumante e una torta dell’Holiday Inn. Insieme a Jasna (con la bottiglia), alle sue due figlie e a un’amica, sua sorella Medina, Ismira e Sead, che all’epoca lavorava per l’ufficio stampa dell’Esercito bosniaco appena costituito a Sarajevo. Sarajevo, dicembre 1992.
Thomas Kern
Insieme a Sead, in fila per andare a prendere l’acqua per la nostra famiglia di sette persone. Uno dei luoghi più noti dove procurarsi l’acqua potabile era la Sarajevska Pivara, un famoso birrificio locale nel centro della città, a circa 15 minuti a piedi da casa nostra. Sarajevo, maggio 1993.
Thomas Kern
Un passante ha scattato una foto a me e al mio amico, il fotografo svizzero Tomas Muscionico (a sinistra), proprio dietro l’Hotel Holiday Inn nel quartiere di Ciglane. Sarajevo, dicembre 1992.
Thomas Kern
In viaggio con Medina ed Ervin nella Bosnia centrale. Colazione all’Hotel International di Zenica. Il famoso hotel apparteneva all’acciaieria statale e poco dopo fu chiuso definitivamente. Zenica, maggio 1993.
Thomas Kern
Sead ebbe la fortuna di trovare un po’ di legname da costruzione in un cortile interno e lo tagliò sul balcone per ricavarne legna da ardere adatta alla piccola stufa improvvisata. I riscaldamenti nella maggior parte dei condomini erano spenti e gli inverni a Sarajevo erano gelidi. Il riscaldamento e l’approvvigionamento di acqua potabile, necessaria sia per cucinare che per l’igiene personale, tenevano tutti sulle spine. Sarajevo, giugno 1993.
Thomas Kern
I fotografi Paul Lowe e Roger Hutchings della Network Photographers e Gilles Peress, dell’agenzia Magnum, all’inizio di un viaggio insieme attraverso l’Erzegovina fino a Mostar e ritorno a Sarajevo. Sarajevo, giugno 1993.
Thomas Kern
Al centro, sul divano, Elma Abadzcic, con cui avevo collaborato spesso; in primo piano, al telefono, sua madre (le chiamate locali erano sempre possibili, anche quando mancava la corrente) e sullo sfondo il fotografo Paul Lowe, che in seguito sposò la sorella di Elma e dopo la guerra si stabilì a Sarajevo. Sarajevo, maggio 1993.
Thomas Kern
Zenit Đozić di “Top Lista Nadrealista”, la hit parade surrealista, un gruppo di artisti provenienti da diversi ambiti. Durante l’assedio, realizzavano una rassegna radiofonica satirica della settimana appena trascorsa. Nello studio radiofonico, dove durante il tragitto di andata fuori città si era completamente esposti alla “Sniper Alley”, ho trascorso due o tre notti con loro in studio. Sarajevo, maggio 1993.
Thomas Kern
Il giornalista sloveno Ervin Hladnik-Milharcic, della rivista ‘Mladina’, e il fotografo britannico Judah Passow a Travnik, nella Bosnia centrale. Travnik, maggio 1993.
Thomas Kern
Per la torta di compleanno all’Holiday Inn
In quel primo inverno dell’assedio, della quotidianità a Sarajevo restava ben poco. Si andava avanti comunque: si festeggiava Capodanno, si celebravano compleanni, circa ogni due settimane si beveva una birra al bar, quando apriva. Non avevo certo soldi da buttare, ma come giornalista internazionale stavo meglio della maggior parte delle persone locali. Per esempio, acquistai la torta di compleanno della nipote di Medina. Per procurarmela andai all’Holiday Inn.
In quel periodo mi ero isolato dagli altri giornalisti. Non volevo essere visto come un reporter di guerra. Facevo però parte di questo mondo, con cui avevo sempre a che fare e da cui dipendevo.
All’epoca non c’erano quasi telefoni per fare chiamate internazionali. Usavo quello installato negli studi televisivi che si poteva usare per 20 marchi al minuto. Un giorno ho deciso di chiamare il caporedattore del giornale per cui lavoravo. “Adesso sono dove volevo essere. Lavoro ogni giorno. Sto raccogliendo dell’ottimo materiale. Per ora non intendo però ritornare a casa per sviluppare i rullini. Dovete aspettare”.
Titolo del numero di ‘du’, fascicolo n. 5, maggio 1993.
Thomas Kern
Il mio lavoro venne pubblicato nel maggio 1993 sulla rivista du, con il titolo “Balcani. Un disastro europeo”. La guerra è stata proprio questo: un conflitto europeo. Era molto diversa dall’Iraq, dove ero stato in precedenza. Sentivo e sapevo che questo conflitto mi era entrato sotto la pelle.
La vicinanza e i legami con la Svizzera
In Croazia e Bosnia ho incontrato gente con borse di plastica con il simbolo del grande magazzino Manor, un’immagine familiare che mi riportava con la mente a casa, che non distava molto dalla guerra. In 16 ore di macchina senza fermata riuscivo a raggiungere Zurigo e a sedermi la mattina seguente nel Café Sprüngli. A Sarjevo incontravo giovani della scena artistica e intellettuale che avrei potuto conoscere anche in Svizzera.
Alcune volte mi sono addirittura imbattuto in persone che nel fine settimana si recavano in Croazia a combattere e poi rientravano in Svizzera per ritornare lunedì al lavoro. Ancora oggi, quando sento persone della mia età parlare serbo-croato, mi chiedo dove fossero e che cosa facessero più di trent’anni fa.
Il 26 dicembre 1992: Sarajevo era isolata dal mondo esterno ormai da mesi. Fuori faceva freddo e cittadini che fino ad allora non si erano mai considerati s’insultavano e si azzuffavano per accaparrarsi la legna da ardere, per riscaldare le loro case con stufe improvvisate con scarti di lamiera. Suad e Snezana, invece, erano felici; quel giorno la durezza della vita quotidiana non li toccava: era il giorno del matrimonio – il loro matrimonio! Il fatto che il padre di Suad fosse musulmano e che la famiglia di Snezana fosse di origine croata non disturbava nessuno. Suad e “Snezu” si conoscevano già da alcuni anni. Perché proprio allora, nel bel mezzo di una guerra, in una città assediata, in tempi così difficili, si sposarono? Non erano gli unici a convolare a nozze quel giorno nell’edificio amministrativo improvvisato di Novigrad. Mentre loro, all’interno, nella penombra di una sala indefinibile, si scambiavano il “sì” sotto i cinque gigli dello stemma bosniaco, fuori aspettava già un’altra coppia. In tempi come quelli ci si stringeva l’uno all’altro, c’era bisogno di calore.
Thomas Kern
Il padre di Suad. Anche lui viveva in un condominio prefabbricato a Novi Grad, tra il centro città e l’aeroporto. Ogni volta che Suad trascorreva le sue giornate al fronte, guardava attraverso quel binocolo di plastica verso la collina dove suo figlio era in missione, anche se riusciva a malapena a vedere qualcosa. Forse lo rassicurava, forse in quel modo si sentiva più legato a suo figlio, come se così potesse vegliare su di lui e proteggerlo.
Thomas Kern
Nel layout della rivista avevamo pubblicato su una doppia pagina un’intera serie dedicata alla ricerca della legna e al riscaldamento. Quando oggi guardo questa foto, i guanti di pelle della donna, l’espressione sul suo viso, il trucco, i capelli asciugati con il phon e il modo in cui cerca di proteggere suo figlio da ciò che sta accadendo intorno a lei, immagino che la sua vita non l’avesse preparata a questa situazione.
Thomas Kern
Il tredicenne Kenan Herenda era probabilmente il più grande collezionista di schegge di granata, ordigni inesplosi, bombe e altri proiettili di Sarajevo. Kenan viveva a Dobrinja 2, proprio in prima linea. Raccoglieva questi oggetti sin dall’inizio della guerra e, ad ogni bombardamento, era il primo a correre verso i resti delle granate cadute per assicurarsi la maggior parte delle schegge. Sarajevo, gennaio 1994.
Thomas Kern
Se ripenso a quegli anni, mi rendo conto di come fossi fortunato rispetto alle persone che vivevano a Sarajevo, in una città assediata che non potevano lasciare. Io, invece, me ne potevo andare quando volevo. Alcuni reporter, che con me hanno condiviso quel periodo, sono rientrati traumatizzati e hanno dovuto seguire una terapia. Sono contento di essere riuscito a lasciarmi quelle atrocità alle spalle. Forse anche perché potevo racchiudere nelle immagini ciò che mi interessava raccontare.
Quell’esperienza ha comunque lasciato dei segni. Rientrato in Svizzera, non fu semplice per me parlare di ciò che avevo visto. La migliore amica della mia ex compagna, che durante le missioni per la Croce Rossa aveva vissuto esperienze analoghe, mi è stata di grande aiuto e mi ha permesso di aprirmi.
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