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Omicidio Nemtsov Un colpo all’opposizione, un colpo a tutta la Russia



Decine di migliaia di persone sono scese in piazza domenica a Mosca per commemorare Boris Nemtsov.

Decine di migliaia di persone sono scese in piazza domenica a Mosca per commemorare Boris Nemtsov.

(Reuters)

L’assassinio di Boris Nemtsov rappresenta un ulteriore campanello d’allarme per l’Occidente e dimostra quanto la Russia sia sempre più entrata in una logica di «isteria nazional-patriottica», analizza lunedì la stampa svizzera. Di motivi per sperare ve ne sono ben pochi.

«Le speranze accompagnate nella tomba»: così titolano il loro commento comune il Tages-Anzeiger e il Bund, riferendosi alla manifestazione di commemorazione svoltasi domenica a Mosca e che ha riunito circa 70'000 persone.

«Ieri i dimostranti non volevano lasciarsi intimidire dal clima di terrore del regime di Putin. Durante la marcia non sono però state scandite soluzioni o formulate rivendicazioni. Dal corteo emanava soprattutto una soffocante sensazione di tristezza. Non solo perché era una marcia alla memoria di Nemtsov, ma soprattutto perché molti dimostranti – per lo più di una certa età – hanno ormai sepolto le loro speranze di vedere nei prossimi anni una Russia migliore».

La morte di Nemtsov – continuano i due giornali – ha confermato quello che i dimostranti sapevano già da tempo: «Per la Russia non vi è alternativa».

Nato nel 1959, Boris Nemtsov era fisico di formazione. Lanciatosi in politica alla fine degli anni ’80, Nemtsov entra nel parlamento nel 1990. Sostenitore di Boris Eltsin, scala i gradini del potere, sino a divenire nel 1997 vicepremier della Federazione russa e poi tra i principali papabili per le presidenziali del 2000.

La sua carriera subisce però un drastico colpo d’arresto nel 1998, in seguito al crollo della borsa russa e alla crisi economica.

Nel 1999 fonda assieme ad altri politici una nuova coalizione liberale democratica, che non riuscirà però mai a decollare.

Negli anni 2000, si profila come uno dei principali critici di Vladimir Putin, accusandolo di autoritarismo.

Più di recente, Nemtsov si è apertamente schierato contro la guerra in Ucraina.

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Nessuno spazio per un’opposizione

Secondo la Neue Zürcher Zeitung, la vita e la morte di Boris Nemtsov «sono una parabola del tragico sviluppo in cui si è incanalata la Russia». Negli anni ’90, all’epoca di Boris Eltsin, il dissidente assassinato incarnava la nuova generazione di riformatori. Una generazione che è poi stata vieppiù marginalizzata.

Nemtsov non rappresentava alcun pericolo per il regime di Putin. Tuttavia, «la sua fine violenta mostra che in Russia non vi è più spazio neppure per un’opposizione senza mordente».

Il capo del Cremlino non può lavarsene le mani proclamando la sua innocenza, poiché è stato lui ad «attizzare il nazionalismo» ed ad agitare lo spettro di «una quinta colonna» all’interno del paese, prosegue la Neue Zürcher Zeitung.

Chiunque sia il mandante dell’assassinio, il messaggio indirizzato all’opposizione è comunque chiaro: «Una prova di forza sulla base del diritto o di buoni argomenti» non ha nessuna chance, poiché gli avversari «puntano solo sulla cruda violenza».

Già troppo tardi?

Le Temps rileva dal canto suo che «è da tempo che la Russia, sia sul piano ideologico, sia sul piano mediatico, si è trasformata in un’implacabile macchina da guerra. Ha definito i colpevoli, designato le vittime espiatorie. Bisognava ancora passare all’azione». Con l’uccisione di Nemtsov è cosa fatta.

Questo assassinio, «può tramutarsi in un ultimo grido d’allarme davanti a questa corsa verso gli abissi. Nella sua brutalità, però, potrebbe anche rappresentare la prova che è già troppo tardi».

Di «sinistro campanello d’allarme» e di «spaventosa macchina da guerra mediatico-propagandistica» parla anche La Regione Ticino. Una macchina che «ha etichettato come ‘nemico’ chiunque non la pensi come il potere. L’isteria nazional-patriottica è ormai uno tsunami che non conosce confini, tanto che nelle famiglie o fra amici si evitano accuratamente certi argomenti».

Da Kirov a Nemtsov

In un comunicato diramato dal Dipartimento federale degli affari esteri, la Svizzera ha condannato «il brutale assassinio di un instancabile difensore della democrazia e di un combattente contro la corruzione».

Berna ha espresso le sue sincere condoglianze ai congiunti ed ha esortato «le autorità russe a fare tutto il possibile affinché sia fatta luce sul reato e affinché i responsabili siano assicurati alla giustizia».

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«La Russia torna a grandi passi sulle orme del suo terribile passato, quando zar, primi ministri, leader politici e uomini in vista venivano trucidati senza pietà da invasati, terroristi di Stato, criminali comuni. Non si dimentichi che la repressione staliniana del 1937 partì nel dicembre 1935 dall’omicidio di Sergej Kirov, il capo del Partito a Leningrado, probabilmente fatto fuori dai sicari dello stesso ‘padre dei popoli’», prosegue il quotidiano ticinese.

Un parallelismo – quello tra Kirov e Nemtsov – tracciato anche da L’Express e L’Impartial di Neuchâtel. «Come l’assassinio del dignitario bolscevico di Leningrado, questa morte che il ‘nuovo zar’ ha denunciato, in mondo molto staliniano, come una possibile provocazione occidentale, ucraina o addirittura islamista, avviene in un momento fatidico per il paese», scrivono L’Express e L’Impartial.

Una constatazione si impone, conclude La Regione: «Prendere atto che a Est le democrazie occidentali si trovano davanti ad un’inattesa sfida è quanto meno doveroso. La vera malata non è tanto l’Ucraina, piuttosto la Russia. La propaganda dell’odio sta diventando un rischioso boomerang per il Cremlino. Il tramonto dell’ex superpotenza sullo spazio ex Urss potrebbe avere conseguenze imprevedibili».


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