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Berretto blu elvetico in Libano: «L’ONU deve restare»

Anche le truppe di mantenimento della pace dell'ONU partecipano alle attività umanitarie Keystone

Uno dei due osservatori militari svizzeri presenti nel sud del Libano stima che le truppe ONU di mantenimento della pace non debbano lasciare il paese.

Intervistato da swissinfo, il capitano Michael Iseli si è espresso dopo la decisione delle Nazioni Unite di evacuare i suoi osservatori da alcune postazioni al sud per ragioni di sicurezza.

Dopo l’uccisione da parte dell’esercito israeliano di quattro caschi blu nel sud del Libano (25 luglio), l’ONU ha deciso venerdì di evacuare i suoi osservatori da due postazioni nei pressi della frontiera.

Per il momento, sono stati trasferiti nel quartier generale dell’Unifil – la Forza interinale dell’ONU in Libano – nella città costiera di Nakura.

Michael Iseli, pure stazionato nella cittadina nel sud del Libano in qualità di cartografo, indica che è sempre più difficile aggiornare le mappe. Gli incessanti bombardamenti hanno deteriorato la rete stradale, ciò che rende problematici gli spostamenti nella regione.

Le mappe sono ora fornite al Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR), che da giovedì è presente nella zona lungo il confine per tentare di aiutare la popolazione locale.

Come tutti gli svizzeri ingaggiati nelle missioni di promozione della pace all’estero, il capitano Iseli è volontario e ha alle spalle una lunga esperienza.

swissinfo: Come è cambiata la situazione dall’inizio delle ostilità?

Michael Iseli: Tre settimane fa, nel sud del Libano vigeva un clima di grande speranza. Numerosi libanesi dalla doppia nazionalità vi hanno fatto ritorno, anche dalla Svizzera. Hanno avviato varie attività, decidendo di rimanere non soltanto per l’estate ma in modo permanente.

Ora la situazione è totalmente diversa: le infrastrutture sono letteralmente sparite. Bisognerà ricostruire tutto da zero.

swissinfo: Lei conosceva personalmente i quattro osservatori dell’ONU uccisi qualche giorno fa. Quali sono stati i suoi pensieri?

M. I.: Al momento dell’incidente non abbiamo veramente avuto il tempo di riflettere sull’accaduto. Certo, è traumatico perdere quattro amici, ma non dobbiamo dimenticare che là fuori c’è molta gente che soffre. Dobbiamo andare avanti, non soltanto per noi stessi ma per l’intero sud del Libano.

Dobbiamo continuare ad agire in modo professionale e concentrarci sul nostro lavoro. Più tardi avremo il tempo per elaborare il nostro lutto.

swissinfo: Quanto pericoloso è il suo lavoro?

M. I.: Nelle missioni di mantenimento della pace c’è sempre una certa dose di pericolo. Tutti gli svizzeri che vi partecipano ne sono pienamente coscienti. Quello che mi fa male, devo ammetterlo, è che nelle precedenti missioni ho dovuto seppellire degli amici perché si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato.

La situazione qui è stata completamente diversa. Israele è stato avvertito che stava bersagliando le nostre postazioni e il fatto che non si sia fermato evidenzia un modo di agire che non mi piace.

swissinfo: E la sua famiglia cosa ne pensa?

M. I.: Mi ritrovo in una posizione piuttosto privilegiata: mia moglie ha svolto un lavoro simile per il ministero degli affari esteri greco, prima della nascita di nostro figlio. Può quindi sopportare la cosa, sebbene sia ovviamente preoccupata. Nostro figlio ha soltanto 6 anni e quindi – fortunatamente – non può capire cosa sta succedendo.

swissinfo: Come procede l’aggiornamento delle mappe?

M. I.: Non ci sono molti cambiamenti. Ci hanno tuttavia avvisato di tenerci pronti ad assistere le organizzazioni umanitarie attive nella regione. Siamo così in contatto con organi come l’Alto commissariato ONU per i rifugiati e il CICR.

swissinfo: Come definire l’importanza del suo lavoro?

M. I.: Per le Nazioni Unite è estremamente importante mantenere una presenza che ricordi alle due parti in conflitto, Israele e Hezbollah, che la comunità internazionale e il Consiglio di sicurezza dell’ONU hanno gli occhi puntati su di loro.

swissinfo: Ma crede veramente di poter apportare un contributo agli sforzi di pace, senza armi e disponendo soltanto di un binocolo?

M. I.: Penso che la decisione presa a New York di evacuare alcuni osservatori mostri che, attualmente, sia molto difficile avere un’influenza sul corso del conflitto. È praticamente impossibile.

Non possiamo ad ogni modo lasciare i civili in balia degli eventi. La nostra presenza qui è vitale, sebbene non possiamo di certo far tacere le armi.

swissinfo, intervista di Robert Brookes
(traduzione e adattamento: Luigi Jorio)

Gli scontri tra Israele e Hezbollah – i peggiori da quanto Israele ha invaso il sud del Libano nel 1982 – sono iniziati oltre due settimane, dopo che i miliziani del movimento sciita avevano rapito due soldati israeliani sul confine.

Alcuni esponenti di Hezbollah – che gode del sostegno di Siria e Iran – siedono nel governo libanese.

Il conflitto ha finora causato la morte di oltre 400 persone in Libano e oltre 50 decessi in Israele.

Gli operatori umanitari stimano a 800’000 il numero di sfollati, i quali necessitano di protezione, acqua e assistenza medica.

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