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Berna critica la condanna di San Suu Kyi

Il Dipartimento federale degli affari esteri (Dfae) ha condannato martedì il verdetto pronunciato in Birmania contro la leader dell'opposizione Aung San Suu Kyi.

Tre anni di reclusione, commutati dalla giunta militare in 18 mesi di arresti domiciliari: è questa la sentenza di condanna emessa in Myanmar a carico della leader dell’opposizione birmana, Aung San Suu Kyi, giudicata colpevole di violazione della legge sulla sicurezza.

Il Dfae ritiene che si tratti di un «processo penale con motivazioni politiche, sostanzialmente inconciliabile con le norme giuridiche internazionali». Questa sentenza – si legge nel comunicato stampa diffuso martedì – mette seriamente in dubbio la volontà, più volte annunciata dal governo birmano, di organizzare elezioni democratiche nel 2010.

Il Dfae si dice inoltre «assai preoccupato» per il fatto che nel paese numerose persone «continuino a essere arrestate e tenute prigioniere unicamente per avere esercitato il proprio diritto a manifestare liberamente la propria opinione, alla libertà di associazione e di riunione o per essersi dedicate ad attività politiche pacifiche».

Nel contempo, la Svizzera deplora che negli ultimi due anni sia aumentato il numero dei prigionieri politici, oggi giunto a oltre 2’000 persone.

Il Dfae sostiene perciò le richieste espresse dal Segretario generale delle Nazioni Unite nei confronti del governo birmano: rilasciare immediatamente tutti i prigionieri politici, inclusa Daw Aung San Suu Kyi, aprire un dialogo sostanziale con l’opposizione e stabilire condizioni quadro per elezioni giuste e attendibili.

swissinfo.ch e agenzie

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