Berna rinuncia ai dialoghi bilaterali sui diritti umani
In quella che può essere considerata una svolta significativa, la Svizzera ha deciso di modificare la sua politica in materia di diritti umani. Invece di procedere a dialoghi bilaterali con i paesi partner, integrerà la questione dei diritti umani nella sua politica estera.
La politica dei diritti dell’uomo della Confederazione, condotta sotto la direzione del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE), ha visto Berna intavolare dialoghi strutturati e isolati con paesi quali l’Iran, la Cina o il Vietnam.
In un comunicato del 23 maggio, il DFAE ritiene però che tale modello di discussione era «troppo orientato a modificare gli standard normativi nei singoli paesi». A causa di criteri limitanti, prosegue la nota, non dava sufficiente importanza alle particolari situazioni dei singoli paesi partner e «correva il rischio di essere marginalizzato quale contenitore isolato per la promozione dei diritti umani».
Il DFAE ha quindi deciso che le discussioni relative ai diritti umani saranno diversificate e integrate in «tutti i settori della politica estera della Svizzera». Una scelta che secondo il dipartimento permetterà di consolidare la politica dei diritti umani e di adattarla all’odierna situazione globale.
Per alcuni politici in parlamento, questo riorientamento è la prova che l’approccio adottato finora non ha consentito di ottenere grandi successi nella promozione dei diritti umani. Altri osservatori sono invece dell’avviso che il nuovo modello rafforzerà gli sforzi elvetici, dal momento che i diplomatici potranno sollevare la questione dei diritti umani in tutti i loro rapporti con i rappresentanti di altri paesi.
Successo limitato
Il risultato dell’analisi del modello basato sul dialogo diretto svolta dal dipartimento, ritiene la parlamentare Doris Fiala, membro della commissione della politica estera, è «deprimente». Secondo la deputata al Consiglio nazionale (camera del popolo), la decisione del DFAE sta a indicare che la politica non ha avuto alcun impatto su paesi come la Cina e l’Iran.
«Nel contesto di questo dialogo ci siamo resi a volte ridicoli. Ciò non è più accettabile», ha affermato l’esponente liberale radicale all’Agenzia telegrafica svizzera.
Un altro membro della commissione, Christoph Mörgeli, ritiene che il DFAE – che nel comunicato parla di «potenziamento della politica dei diritti dell’uomo» – abbia utilizzato «delle belle parole per nascondere un fallimento totale».
Secondo il direttore dell’organizzazione non governativa Geneva for Human Rights, Adrien-Claude Zoller, all’origine della nuova politica vi è invece la volontà di consolidare gli sforzi passati della Svizzera, i quali si sono focalizzati su programmi molto specifici.
«Non parlerei affatto di fallimento, al contrario», dice a swissinfo.ch. «Tutti i paesi, grandi o piccoli, hanno questi problemi ad esempio con la Cina: ognuno dialoga con la Cina, che però non vuole dialogare».
Consolidamento
L’integrazione della promozione dei diritti umani in tutti i settori della politica estera, prosegue Zoller, costituisce «la seconda fase» di un programma che, nell’ultimo decennio, ha consentito alla Svizzera di moltiplicare le sue iniziative nel campo dei diritti umani.
«La Svizzera ha strutturato questo programma su basi solide. [Il DFAE] dispone di diplomatici specializzati nella promozione della sicurezza del singolo essere umano e della società in paesi specifici».
Per Zoller è quindi positivo che tutto ciò che è stato fatto nel campo dei diritti umani venga integrato in una politica estera globale, che include anche aspetti economici.
Secondo l’ex diplomatico François Nordmann, le questioni legate alla scelta dei partner, alle scadenze irregolari degli incontri e alla “competizione” con l’Unione europea, hanno costretto il governo a riorientare la sua politica dei diritti umani.
«Credo che per molto tempo abbia fatto dei diritti umani una sorta di priorità assoluta della sua politica estera», ci dice Nordmann. «Ora, il governo ha capito che i diritti umani sono una dimensione della politica estera».
Multilateralismo
La decisione di rinunciare ai dialoghi bilaterali, osserva Nordmann, consentirà alla Svizzera di rafforzare l’approccio multilaterale in seno ad organizzazioni quali il Consiglio dei diritti umani. Permetterà inoltre di creare un partenariato con l’Unione europea.
Nonostante le sue piccole dimensioni, la Svizzera partecipa attivamente e prende «decisioni coraggiose» che hanno un impatto positivo sul Consiglio dei diritti umani, concorda Zoller. Ha poi contribuito a promuovere il miglioramento dell’efficienza e della trasparenza in seno al Consiglio di sicurezza dell’ONU. Suggerimenti che sono stati ripresi anche da diversi paesi.
Zoller sottolinea infine il ruolo modello assunto dalla Svizzera nel blocco degli averi dei dittatori e nella creazione di un ufficio di cooperazione in Tunisia. Ambiti, questi, in cui la diplomazia svizzera può avere un impatto significativo sui diritti umani.
«In Tunisia, la Svizzera si è impegnata nella cooperazione: vediamo dunque che i diritti umani sono parte della politica estera. Quello che intravvedo [nella decisione sulla politica estera] l’ho già visto succedere in Tunisia e ritengo che tutto ciò sia estremamente positivo».
Nel dicembre 2009, il Dipartimento federale degli affari esteri aveva indicato che i dialoghi sui diritti umani costituivano un meccanismo diplomatico «relativamente nuovo» per implementare la politica dei diritti umani.
Tra gli obiettivi di queste discussioni bilaterali vi era il miglioramento a medio e lungo termine della situazione sul fronte dei diritti umani, il rilascio di prigionieri politici e la promozione della cooperazione con le Nazioni Unite.
Più concretamente, si discuteva su come abolire la pena di morte, prevenire la tortura, perseguire i criminali, proteggere le minoranze e favorire la libertà religiosa.
La Svizzera ha instaurato dialoghi con Cina, Vietnam, Iran, Russia e Cuba.
Nel 2005, l’ambasciata svizzera a Giacarta ha lanciato discussioni bilaterali con l’Indonesia per migliorare la protezione dei gruppi più vulnerabili della popolazione, quali le donne, le minoranze religiose e i lavoratori migranti.
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