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Debito, spada di Damocle un po’ meno minacciosa

La vice presidente per l’Africa della Banca Mondiale Obiageli Ezekweli – al centro – incontra dei contadini della Costa d’Avorio, paese che dovrebbe beneficiare del programma HIPC. Reuters

Gli sforzi intrapresi dalla comunità internazionale per ridurre il debito dei paesi del sud hanno permesso progressi significativi nell’ultimo ventennio. Le sfide da affrontare sono comunque ancora molte. Vari esperti dibattono del tema l'8 e il 9 giugno 2011 a Berna.

Nell’ultimo decennio, il debito pubblico accumulato dalle nazioni più povere ha potuto essere ridotto drasticamente, in particolare grazie alle due iniziative lanciate congiuntamente dalla Banca Mondiale e dal Fondo monetario internazionale, l’Iniziativa per le nazioni povere pesantemente indebitate (HIPC, partita nel 1996) e l’Iniziativa per l’alleggerimento del debito multilaterale (MDRI, partita nel 2006).

Questi programmi hanno permesso di ridurre fino al 90% il debito pubblico accumulato dai 32 paesi meno avanzati, per una somma complessiva di circa 100 miliardi di dollari; a tutto vantaggio della lotta contro la povertà.

Lotta contro la povertà

Per poter aderire a queste iniziative, infatti, i paesi devono soddisfare determinati criteri, tra cui ad esempio elaborare delle strategie per ridurre la miseria. «Questi programmi hanno effettivamente avuto un impatto chiaro sulle spese consacrate alla lotta contro la povertà, anche se ciò non vuol dire naturalmente che vi sia un rapporto diretto di causa-effetto con la diminuzione della povertà; permettere a un maggior numero di bambini di frequentare la scuola non ha per forza un effetto diretto e immediato sulla povertà», osserva Jean-Luc Bernasconi, vice responsabile del settore Cooperazione e sviluppo economici della Segreteria di Stato dell’economia (SECO).

Ad esempio, nei 22 paesi che nel 2008 avevano portato a termine i programma HIPC e MDRI, le spese pubbliche destinate a ridurre la povertà rappresentavano in media il 60% degli introiti fiscali, contro il 38% nel 2000, stando a un articolo apparso sulla rivista della SECO La Vie économique.

Un altro passo in avanti importante risultante da queste iniziative è stato «il trattamento globale del debito», ossia il fatto di prendere in considerazione non solo quello concesso dai creditori tradizionali, come la Banca Mondiale o l’FMI, ma anche quello elargito da creditori meno classici, nonché i debiti commerciali, rileva Jean-Luc Bernasconi.

Diversi interrogativi ancora aperti

Un bilancio globalmente positivo, anche se il problema dell’indebitamento è lungi dall’essere risolto. Un ampio pannello di esperti ne discute l’8 e il 9 giugno a Berna durante una conferenza internazionale organizzata dalla SECO e dalla Banca Mondiale, in occasione del 20esimo anniversario del primo programma di riduzione del debito (vedi altri sviluppi) lanciato dalla Svizzera.

«Come per ogni programma di ‘sdebitamento’, uno dei punti deboli risiede nell’azzardo morale, ossia l’incitamento ad indebitarsi di nuovo sapendo che le istituzioni internazionali prima o poi interverranno», osserva Jean-Luc Bernasconi. «A mio avviso, inoltre, non ci si è interrogati abbastanza sulle ragioni per cui questi paesi avevano raggiunto livelli d’indebitamento insopportabili. In altre parole non ci si è chiesti quali insegnamenti trarre per politiche di finanziamento future. Un altro aspetto sul quale non si è messo l’accento a sufficienza è inoltre la necessità di rafforzare la capacità di questi paesi a gestire il debito».

Uno degli altri limiti che viene spesso menzionato è che solo un numero ristretto di paesi, ossia quelli con un debito considerato insostenibile e che applicano «politiche economiche avvedute», come scrive l’FMI, ha accesso a queste iniziative. Nel caso dell’HIPC, ad esempio, sono una quarantina. Il rischio è che alcuni Stati con un debito appena sotto la soglia di «eleggibilità» siano tentati di lasciar peggiorare la situazione.

Sostenibilità del debito

Da tempo le organizzazioni non governative chiedono che questa soglia sia ridefinita. Basarsi esclusivamente su criteri come il commercio estero e le entrate di uno Stato come fa la Banca Mondiale non è sufficiente, sottolinea Bruno Stöckli, dell’organizzazione non governativa svizzera Alliance Sud. «Le ONG sono dell’avviso che un debito può essere considerato sostenibile quando non rappresenta un freno alla realizzazione degli obiettivi del Millennio».

«Siamo coscienti che il finanziamento delle misure per raggiungere gli obiettivi del Millennio non costituisce una priorità in tutti i paesi – prosegue Stöckli. Per questo chiediamo che ci sia maggiore trasparenza nei bilanci e che ci sia un coinvolgimento della popolazione e della società civile».

A livello ufficiale, la Svizzera sostiene invece l’approccio della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale. «Tra queste due istituzioni e gli Stati c’è comunque un dialogo politico su come i budget sono gestiti e su come il denaro è utilizzato», precisa Jean-Luc Bernasconi.

Nuovi attori

La recente crisi economica e la comparsa di nuovi attori sul mercato creditizio saranno due degli altri temi che planeranno sulla conferenza di Berna.

«La struttura dei creditori si è profondamente modificata: i cosiddetti paesi BRIC (Cina, Russia, India e Brasile) sono diventati molto più importanti per i paesi del sud, in particolare la Cina in Africa», spiega Bruno Stöckli. «Se ciò sia positivo o negativo è oggetto di vive discussioni», aggiunge.

Per quanto concerne la crisi, secondo Bruno Stöckli essa ha influito poiché ha ridotto le fonti d’entrata ed oggi «alcuni paesi che erano riusciti a ridurre il debito grazie all’iniziativa HIPC si ritrovano di nuovo in una situazione precaria».

Jean-Luc Bernasconi è meno categorico: «Con la crisi, abbiamo constatato un aumento dell’indebitamento a corto e medio termine, ma soprattutto nei paesi emergenti. Vi è stato un certo flusso di capitali verso questi Stati, per cercare rendimenti più elevati di quelli che si potevano ottenere nei paesi occidentali, dove i tassi erano praticamente pari a zero. La situazione non si è però aggravata e non si può assolutamente dire che gli sforzi degli ultimi 15 anni siano stati gettati alle ortiche».

Negli ultimi anni diversi paesi in via di sviluppo sono stati sempre più spesso confrontati ai cosiddetti fondi “avvoltoio” (“Vulture Funds”)

Queste società finanziarie sono specializzate nell’acquisto a prezzi stracciati dei diritti di riscossione dei debiti di questi paesi. In seguito, attaccano lo Stato in tribunale, chiedendo di rimborsare il credito iniziale, aumentato di interessi di mora e penali.

Uno dei casi che ha destato maggiore scalpore è quello dello Zambia. Nel 1999, il fondo Donegal International ha riacquistato per 3,2 milioni di dollari un debito di un valore nominale di 30 milioni di dollari contratto nel 1979 dallo Zambia nei confronti della Romania per l’acquisto di attrezzature agricole. Il fondo ha poi avviato una causa in Inghilterra, chiedendo il rimborso di 55 milioni di dollari. La vicenda si è conclusa nell’aprile 2007, quando l’Alta Corte inglese ha condannato il governo dello Zambia a pagare 15,4 milioni di dollari. Poiché il Club di Parigi ha ridotto del 95% il debito estero dello Zambia, la giustizia britannica ha considerato solvibile il paese africano.

Nell’agosto 2009, il quotidiano britannico Guardian ha stimato che negli ultimi anni almeno 54 società avessero trascinato in tribunale 12 paesi, reclamando 1,8 miliardi di dollari.

Nell’aprile 2010, il parlamento britannico ha adottato una legge che impedisce a questi fondi di utilizzare i tribunali dell’isola per reclamare i crediti. Negli Stati Uniti sono pure al vaglio dei parlamentari due proposte di legge per porre delle barriere a questi fondi.

Durante il Forum sociale mondiale tenutosi in febbraio a Dakar, diverse organizzazioni non governative hanno lanciato la campagna «Defuse the Debt Crisis» (Disinnescare la crisi del debito).

Questa iniziativa chiede alla comunità internazionale e in particolare al G20 di elaborare regole vincolanti per i casi di insolvenza degli Stati, che non prendano in considerazione solo gli interessi dei creditori.

Uno dei punti più importanti dell’iniziativa è la creazione di un tribunale arbitrale indipendente che deve garantire che lo sdebitamento non si produca sulle spalle dei più poveri, che le esigenze dei creditori siano legittime e determinare quando un debito è sostenibile o meno.

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