Strasburgo sostiene la libertà di espressione in Svizzera
In una sentenza che sarà pubblicata giovedì, la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo dà ragione ad un giornalista censurato dalle autorità svizzere.
Il collaboratore della Televisione Svizzera Romanda (TSR) aveva realizzato un documentario sulla Svizzera durante la Seconda guerra mondiale. Le repliche della sua inchiesta erano state vietate dall’Autorità indipendente di ricorso.
«La Svizzera è un paese mediocre in materia di libertà di espressione», afferma senza mezzi termini a swissinfo Charles Poncet, avvocato del giornalista Daniel Monnat.
«Non viviamo certo in una tirannia. Non mettiamo i giornalisti in prigione, ma ci si accanisce contro di loro in modo meschino», prosegue Poncet, noto polemista.
Il documentario di Monnat – nel quale si sostiene che durante la Seconda guerra mondiale l’élite politica ed economica elvetica collaborò con la Germania nazista ben più di quanto fosse necessario per garantire l’indipendenza del paese – è stato diffuso a due riprese nel 1997.
Il reportage suscitò in Svizzera numerose reazioni. Non solo perché contribuì ad alimentare la polemica attorno ai fondi ebraici in giacenza – una questione che mise la Confederazione in cattiva luce sul piano internazionale – ma anche perché sfatò il mito di una Svizzera capace di conservare la sua integrità di fronte al Terzo Reich.
In violazione dell’articolo 10
In seguito ad un ricorso inoltrato dai rappresentanti dell’Unione democratica di centro (partito di destra nazionalista), l’Autorità indipendente di ricorso in materia radiotelevisiva (AIRR) si era chinata sul caso condannando l’emissione per l’unilateralità dell’informazione fornita.
Anche la più alta istanza giuridica del paese, il Tribunale federale, stabilì che il programma intitolato «L’onore perduto della Svizzera» aveva violato la concessione della Società Svizzera di Radiotelevisione (servizio pubblico). Risultato: il film è stato di fatto censurato.
Nonostante la vicenda sembrasse conclusa (tutte le vie di ricorso possibili erano state percorse), Daniel Monnat e il suo avvocato non si sono dati per vinti, appellandosi alla Corte europea dei diritti umani.
Secondo i giudici di Strasburgo, la decisione delle autorità elvetiche ha violato l’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti umani, che garantisce la libertà di espressione.
Altri sviluppi
Tribunale federale (TF)
Riconosciuto un lavoro di qualità
Claude Torracinta, ex responsabile dell’informazione presso la TSR e giornalista rinomato della Svizzera romanda, ha salutato questa decisione affermando che essa «sottolinea la qualità del lavoro di Daniel Monnat».
«Vedo in questo verdetto la riaffermazione dell’importanza della libertà di espressione in una società democratica. Questo tipo di decisione può frenare i tentativi – ad ogni modo poco numerosi – di limitare il lavoro dei giornalisti in Svizzera», ha aggiunto.
La constatazione di Torracinta sopraggiunge qualche giorno dopo le pressioni subite dalla TSR da parte di Christoph Blocher. Il ministro UDC chiedeva di ritirare alcune caricature da un dibattito televisivo al quale aveva partecipato.
Basta rivangare il passato
Autore lui stesso di un film sulla Svizzera e la guerra del ’39-’45, Torracinta considera fuori luogo parlare di censura politica in merito alle disavventure di Monnat. Sottolinea tuttavia il clima emozionale dell’epoca.
Nel 1997, il lavoro dei giornalisti che indagavano sul passato oscuro della Confederazione durante la Seconda guerra era infatti reso difficile da un certo sentimento di saturazione. Continuare a rimettere in causa il ruolo della Svizzera non era buona cosa.
Vigilanza necessaria
Evidentemente, ogni libertà ha i suoi limiti. Diritto penale (in particolare in materia di diffamazione), barriere legali e principi di etica giornalistica pongono dei limiti all’esercizio della libertà d’espressione.
Claude Torracinta rammenta questi limiti, senza dimenticare che «alcuni vorrebbero che siano un po’ più rigidi». «C’è una tensione permanente tra ambienti politici, sindacali, professionali, istituzionali, associativi e i giornalisti».
Questa tensione è secondo lui «normale in un paese democratico». Non bisogna però rinunciare ad una certa vigilanza, anche dalla parte dei giornalisti, chiamati al rigore e al rispetto delle regole etiche.
swissinfo, Pierre-François Besson
(traduzione e adattamento: Luigi Jorio)
Marzo 1997: prima diffusione de «L’onore perduto della Svizzera» nel quadro dell’emissione Temps Présent della Televisione Svizzera Romanda (TSR).
Giugno 1997: alcuni membri della sezione ginevrina dell’UDC sporgono denuncia.
Ottobre 1997: l’Autorità indipendente di ricorso in materia radiotelevisiva (AIRR) condanna l’emissione.
Agosto 1999: l’AIRR conferma la sua decisione.
Dicembre 2000: il Tribunale federale conferma la decisione dell’AIRR. Il documentario è vietato.
2001: Daniel Monnat decide di appellarsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo.
Settembre 2006: il verdetto della Corte è interamente a suo favore. La TSR può ritrasmettere il documentario.
La Svizzera ha ratificato nel 1974 la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che sancisce tutta una serie di diritti fondamentali.
Dopo aver percorso tutte le vie di ricorso possibili previste dal sistema giuridico svizzero, il cittadino che constata violazioni di tale convenzione può rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.
Le decisioni della Corte devono essere rispettate. Esse obbligano a riparare l’eventuale torto e a volte a versare risarcimenti.
Tra il 1974 e il 2003, sono stati dichiarati accettabili 105 reclami contro la Svizzera, la quale è stata condannata in 41 occasioni.
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