Navigazione

Saltare la navigazione

Funzionalità principali

A fianco delle combattenti curde in Siria Rinunciare all'amore per la libertà

Hanno poco più di vent'anni e hanno rinunciato a tutto, perfino all'amore, per inseguire la libertà. In Siria, le combattenti curde sono il simbolo di un nuovo progetto di società, paritario e federalista. Antropologo francese, Stéphane Breton ha filmato per sette mesi la vita quotidiana di queste donne, ai margini della guerra. Documentario d'immersione, «Filles du feu» è stato presentato fuori concorso al festival di Locarno.  

Combattenti curde in Siria, scena tratta dal film 'Filles du feu'

Giovani, dolci, determinate e per nulla fanatiche: così il regista francese Stéphane Breton descrive le combattenti curde in Siria. 

(pardo.ch)

swissinfo.ch: Sociologicamente parlando, chi sono queste donne? 

Stéphane Bréton: Hanno tra i venti e i trent'anni e provengono per lo più da famiglie contadine. Sono donne molto dolci, determinate e per nulla fanatiche. Si sono impegnate per la vita a combattere nella guerriglia curda in Siria, rinunciando a tutto. Vivono separate dagli uomini, in case o su piani diversi, ma combattono fianco a fianco. Non c'è alcuna forma di violenza o di sottomissione, ma grande rispetto e amicizia tra i combattenti. È una relazione molto paritaria, con la particolarità che l'amore tra uomo e donna è assolutamente vietato. 

swissinfo.ch: Come si spiega questa abnegazione? 

S. B.: Non lo so. Penso che se l'amore avesse diritto di esistere, sarebbe più forte di tutto e rimetterebbe in discussione la loro forza. Devono avere un unico obiettivo, essere pronte a sacrificare la loro vita, i loro amici, anche se con sofferenza. Per questo l'amore è impossibile e inimmaginabile. Lo sanno fin dal principio ed è una regola che tutti rispettano.

swissinfo.ch: La rivoluzione curda in Siria non è solo una battaglia contro lo Stato islamico e Bachar al Assad, ma anche il tentativo di costruire un nuovo modello di società. Di cosa si tratta? 

S. B.: I membri della guerriglia curda in Siria sono molto politicizzati. Ideologicamente appartengono al movimento del PKK, anche se politicamente sono due gruppi distinti. Si definiscono marxisti-leninisti, un concetto che va però inserito nel suo contesto. In un paese come la Siria, dove i diritti dei curdi vengono calpestati e dove le donne non hanno diritto di cittadinanza, essere marxisti-leninisti significa semplicemente rincorrere il sogno di vivere pacificamente gli uni accanto agli altri. O per lo meno è così che io lo percepisco.

Di fronte al potere corrotto e crudele di Bachar al Assad e alla violenza abominevole degli islamisti, i combattenti curdi propongono un modello di società nel quale la politica e l'arte della discussion hanno diritto di esistere e dove uomini e donne hanno gli stessi diritti e doveri. Il fatto stesso di permettere alla donne di prendere il fucile è impensabile in una società retta da un Islam radicale. La loro rivoluzione comincia da qui! 

Donna combattente curda

Una scena tratta dal documentario «Filles du feu».

(pardo.ch)

swissinfo.ch: Non c'è il rischio di idealizzazione? 

S. B.: Non sostengo che siano delle eroine. Ma sono convinto che questa piccola società paritaria rappresenta un'utopia e un modello nella regione, a parte il fatto che non c'è l'amore, la riproduzione, la famiglia e i figli. L'amore unisce uomini e donne, ma li separa anche.

swissinfo.ch: La guerra in Siria è entrata nel settimo anno. In che modo riescono a resistere queste giovani al fronte? 

S. B.: Molte di loro muoiono in combattimento, non bisogna dimenticarlo. A parte ciò, i curdi sono sempre stati considerati nell'impero Ottomano come i migliori soldati. Il loro coraggio non è una virtù personale, ma una virtù civica: è l'abnegazione. Non si tratta dunque di una milizia o di un esercito, ma di un popolo armato. È questa la grande differenza con gli islamisti, che i curdi chiamano d'altronde «mercenari». I guerriglieri curdi non sono pagati e non possiedono nulla. Questa sorta di frugalità mi affascinato molto. Tirano avanti grazie al the, al fuoco e alle sigarette: quando riescono ad avere queste tre cose, cantano. 

swissinfo.ch: Il loro obiettivo finale resta comunque la creazione di una regione indipendente o per lo meno autonoma? 

S. B.: Diciamo che per il momento sognano di essere liberi. Il loro sguardo è fermo al presente. Non parlano di indipendenza, ma di autonomia sì. Propongono la creazione di un sistema federalista, dove ciascuno possa vivere secondo le proprie leggi e aspirazioni. La Siria è un paese molto complesso, con un numero importante di popoli e religioni. I curdi difendono l'idea che tutte le minoranze abbiano il loro posto nella società. Non dimentichiamo che in Siria i curdi non avevano il diritto di parlare la loro lingua, malgrado siano presenti sul territorio da oltre 5mila anni! 

Nato a Parigi nel 1959, Stéphane Breton è un cineasta, fotografo ed etnologo francese. Ha realizzato numerosi documentari tra cui Eux et moi (2001), Le Ciel dans un jardin (2003), Le Monde extérieur (2007) e Les Forêts sombres (2015), selezionato al Cinéma du réel. Stéphane Breton insegna inoltre antropologia e cinema documentario presso l’École des hautes études en sciences sociales a Parigi.

(pardo.ch)

swissinfo.ch: «Filles du feu» segue queste donne nella loro quotidianità, senza però filmarle durante i combattimenti. Una scelta voluta o imposta? 

S. B.: Non volevo fare un film sulla guerra, perché sono un pacifista. E in ogni caso i curdi non mi avrebbero mai permesso di accompagnarli, perché è troppo pericoloso. Sono dunque sempre rimasto ai margini della guerra, per capire a cosa assomiglia la vita quando tutto può finire un istante dopo. E ciò che ho trovato è un gran senso di tranquillità. Può sembrare paradossale, ma è così. 

swissinfo.ch: Questo ideale di parità si sta diffondendo anche al di fuori della guerriglia? 

S. B.: No, loro sono senza dubbio all'avanguardia in questo senso. Dalla conquista di Kobané, le donne curde sono però viste come eroine. C'è un sorta di mito che si è costruito attorno alla loro figura e quando passano nei villaggi le ragazzine le guardano con ammirazione. Questo potrebbe senza dubbio favorire un cambiamento, ma ci vorrà del tempo.

swissinfo.ch: Il suo è stato un lavoro di immersione nel mondo delle combattenti curde. È stato difficile farsi accettare? 

S. B.: No, per nulla. I curdi non amano i giornalisti, perché arrivano, fanno domande e un'ora dopo se ne vanno. Io sono rimasto al loro fianco per mesi e mesi. Mi svegliavo alle tre del mattino e mangiavo con loro il pane rinsecchito. Non facevo domande, ma osservavo. D'altronde non parlo la loro lingua e questo era un vantaggio. Mi ha permesso di concentrarmi sul tempo della vita sociale. Ogni società ha il suo tempo, un modo di viverlo e di comprenderlo e non è qualcosa che si può raccontare a parole. Filmarlo però sì ed è quello che ho cercato di fare. 

Neuer Inhalt

Horizontal Line


Sondaggio svizzeri all'estero

Sondaggio

Cari svizzeri all'estero, le vostre opinioni contano

Sondaggio

subscription form

Abbonatevi alla nostra newsletter gratuita per ricevere i nostri articoli.