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In Congo per indagare e imbottigliare acqua

L'acqua abbonda in Congo, ma sono pochi coloro che la mettono in bottiglia Keystone

Lavorare per l'ONU, produrre acqua minerale o divulgare la parola di Dio. Sono alcune delle strade imboccate dagli svizzeri che hanno seguito il richiamo dell'ex Zaire.

La voglia di nuove esperienze e una sana dose di spirito d’avventura sono il motore principale che ha spinto circa 150 cittadini elvetici nel paese africano.

In mezzo alla strada, una corda tesa delimita la zona «proibita» di Kinshasa. L’unico nostro lasciapassare per superare il posto di blocco è l’invito verbale dell’ambasciatore elvetico, che ci sta aspettando per un incontro. Dopo qualche attimo di esitazione, il soldato in uniforme nera annuisce. Possiamo procedere.

Giunti all’ambasciata, il mistero di tali misure di sicurezza è svelato: poco distante sorge la residenza di Joseph Kabila, presidente dell’attuale governo di transizione.

«È una vicinanza al contempo fortunata e sconveniente. Finché Kabila è al potere siamo al sicuro, ben protetti dalle sue guardie. Ma se la situazione dovesse cambiare, non è certo il migliore dei posti in cui trovarsi», confida Urs Berner, consigliere della missione diplomatica elvetica nella Repubblica democratica del Congo (RDC).

Fuggiti dopo i saccheggi

Nel suo ampio ufficio, dall’invidiabile vista sul fiume Congo, l’ambasciatore Hans-Rudolf Hodel riassume la storia della limitata presenza elvetica nella RDC.

Fino agli anni ’90 – spiega – gli espatriati svizzeri erano 300-400, per la maggior parte attivi nel settore dell’industria e del commercio. Il loro numero si è poi ridotto in seguito ai saccheggi della città del 1991 e oggi sono circa 150.

«Alcuni svizzeri stanno ritornando, soprattutto come collaboratori di organizzazioni internazionali. C’è poi qualche missionario e alcune famiglie miste», rileva Hodel.

Assistente del generale

Un po’ a sorpresa, uno dei pochi emigrati elvetici lo scoviamo tra le «alte sfere». Non dell’economia o della politica, ma della sola istituzione strutturata e funzionante dell’immenso paese africano: la Missione delle Nazioni Unite in Congo (Monuc).

Nella posizione di assistente militare del capo di Stato maggiore della Monuc, incontriamo Olivier Kuster, giunto in Congo per curiosità. «Volevo fare qualcosa di diverso per un anno», racconta a swissinfo il 35enne neocastellano .

Attivo al centro informativo di Kinshasa, Kuster si trova lontano dalle zone calde dove i caschi blu tentano di far rispettare, più o meno con successo, ordine e leggi. «La Svizzera ha stabilito che i suoi soldati d’osservazione non possono essere impiegati sul terreno».

Per un alto grado militare dell’esercito svizzero (maggiore), lavorare dietro ad una scrivania non è sconsolante: «Posso seguire tutto quello che succede all’interno della più grande missione di mantenimento di pace dell’ONU», afferma.

Contro gli abusi sessuali

In seno alla Monuc, un altro collaboratore dal passaporto rossocrociato svolge un lavoro poco visibile, ma di estrema importanza. Matthias Basanisi – nella RDC dal dicembre 2005 – è uno dei pochi ispettori dell’ONU che si occupano delle inchieste interne.

«Ci concentriamo in particolare sugli abusi sessuali, il crimine qui più diffuso», ci dice. Assieme a tre altre persone, l’ex impiegato turgoviese della Polizia federale è confrontato ad un compito titanico: indagare sulle malefatte commesse dal personale ONU in Congo, ovvero 3’000 civili e 17’000 soldati.

Confrontato alle difficoltà del paese, Basanisi non nasconde una certa frustrazione: «Nella maggior parte dei casi non riusciamo a chiarire l’accaduto e a trovare il colpevole, siccome è difficile verificare fatti e testimonianze».

«Il nostro lavoro permette tuttavia di evidenziare i difetti del sistema e di apportare miglioramenti, ad esempio a livello di formazione dei collaboratori», aggiunge.

L’acqua in bottiglia

Ad essersi lanciato in una sfida decisamente diversa, sebbene altrettanto inconsueta, è David Brunner, giovane imprenditore zurighese.

«Nel giugno 2004 – racconta – ho lasciato tutto quanto in Svizzera per dedicarmi all’imbottigliamento di acqua minerale in Africa».

L’idea appare azzeccata: il potenziale idrico della RDC è considerato come tra i più importanti d’Africa. Prima di approdare nei negozi, l’acqua dell’ex studente del Politecnico di Zurigo deve però aggirare i perenni ostacoli del paese: burocrazia assillante, infrastrutture difettose, servizi pubblici inesistenti e manodopera qualificata insufficiente.

Ciò nonostante, David Brunner è convinto della sua scelta. «A differenza della Svizzera, in Africa si è in pochi ad aver avuto la stessa idea», afferma il responsabile della ditta Swissta RDC Sprl.

«Basta un capitale limitato per avere successo nelle cose più semplici».

swissinfo, Luigi Jorio, Kinshasa

Gli svizzeri censiti in Congo erano 19 nel 1902, 1215 alla fine del 1959, 432 nel 1986 e 160 nel 2000.
Oggi sono circa 150.
Molti di loro sono attivi nelle organizzazioni internazionali, come le Nazioni Unite.

La Svizzera intrattiene relazioni con l’attuale Repubblica democratica del Congo da oltre 100 anni.

Nel 1889, la Confederazione ha concluso un trattato di amicizia e di commercio con lo Stato indipendente del Congo, allora sotto la sovranità personale del re del Belgio.

Il primo consolato elvetico è stato aperto a Leopoldville (oggi Kinshasa) nel 1928; è stato trasformato in ambasciata nel 1962.

Sebbene il suo regime sia stato oggetto di critiche, il presidente Mobutu ha mantenuto stretti rapporti personali con la Svizzera.

Nel 1997, al momento della caduta di Mobutu, il Consiglio federale ha decretato il blocco degli averi del dittatore in Svizzera.

Negli ultimi anni, alcune ditte elvetiche attive in Congo sono state accusate di aver partecipato illegalmente allo sfruttamento delle risorse mineriarie, alimentando così i conflitti etnici.

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