Trasparenza, veramente?
Il testo che servirà da base ai negoziati tra ministri è stato consegnato alla presidenza francese. Il documento contiene ancora numerosissimi punti spinosi. Nulla è giocato.
Nei corridoi del Bourget aleggiano i timori di un nuovo fallimento come a Copenaghen. I negoziati avanzano abbastanza velocemente? Si delineano dei denominatori comuni? Non è facile rispondere a queste domande, poiché siamo tenuti in disparte dalla maggior parte dei negoziati. Come in occasione dell’ultima seduta preparativa a Bonn, la società civile non è autorizzata ad entrare nelle sale. La presenza della società civile, difesa dai paesi in via di sviluppo e osteggiata da quelli industrializzati, è però fondamentale.
Prima di tutto, la società civile svolge un ruolo di protezione. Quando è presente, i governi che fanno resistenza sono messi all’indice dalla popolazione. La delegazione norvegese, ad esempio, che si era opposta a menzionare i diritti dell’uomo negli obiettivi dell’accordo, si è ritrovata sulle prime pagine di molti giornali nazionali. Oppure, il comportamento dell’Arabia Saudita è denunciato quotidianamente. Secondariamente, la società civile rappresenta un sostegno per le piccole delegazioni, che hanno mezzi limitati. Queste ultime contano spesso sulla sua perizia (legale e strategica) per riuscire a stare al passo nei negoziati. Inoltre, integrando la società civile è possibile evitare malintesi e rumori di fallimenti a mezzo stampa, che non aiutano di certo il lavoro dei negoziatori. L’aspetto però probabilmente più importante è che ricordiamo ogni giorno ai governi che il mondo per cui stanno negoziando ha una realtà al di fuori delle sale del Bourget. Le parole e le cifre altamente politicizzate sono già una realtà per coloro che vedono la loro terra scomparire sotto le acque o screpolarsi a causa della siccità, con lo spettro di milioni di rifugiati climatici.
Océane Dayer, presidente Swiss Youth for Climate
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