Un viaggio maratona con obiettivi a lungo termine
Sette Stati in dieci giorni, inclusa la conferenza regionale degli ambasciatori elvetici: un bilancio sull'ambizioso viaggio della presidente della Confederazione Micheline Calmy-Rey in Africa.
In primo piano vi era la lotta contro la povertà. Nel continente nero la Svizzera non è solo un benefattore; ha anche degli interessi diretti.
Benin, Ghana, Ruanda, Ciad, oltre all’incontro con il presidente congolese Joseph Kabila e alla partecipazione alla conferenza regionale degli ambasciatori svizzeri svoltasi in Senegal: queste le tappe della ministra degli esteri elvetica durante la sua trasferta ufficiale di dieci giorni in Africa.
Il viaggio non si prefiggeva di ottenere effetti immediati, bensì di porre le basi per ottenere risultati sul lungo termine, precisa a swissinfo Jean-Philippe Jeannerat, il portavoce del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE), che ha accompagnato la sua capa nel continente nero, illustra l’esempio della visita al campo profughi dell’ONU in Ciad, dove vivono 17’000 persone provenienti dalla provincia sudanese del Darfur.
“Visite di questo genere sono necessarie affinché la Svizzera possa intervenire nelle riunioni internazionali per trovare una rapida soluzione al conflitto che insanguina il Darfur”, afferma Jeannerat.
“Non serve a nulla”
Di tutt’altra opinione è invece il francese Marc Lavergne, direttore di progetto presso il Centro nazionale di ricerca scientifica (CNRS) di Parigi: “Le visite ai campi profughi, come quella effettuata da Micheline Calmy-Rey, sono semplice esibizionismo e non servono a nulla alle persone che ci vivono”, ha detto l’esperto di conflitti alla Radio della Svizzera tedesca.
Pur riconoscendo l’eccellente lavoro in ambito umanitario svolto dalla comunità internazionale durante gli ultimi quattro anni, Lavergne sostiene che “politicamente non si registra alcun passo avanti”.
Egli denuncia in particolare le pressioni troppo limitate sul governo di Khartoum, affinché ponga fine ai massacri e ai bombardamenti nel Darfur e renda possibile il ritorno dei profughi nelle loro case.
“Non si tratta di fare pressione, bensì di costruire relazioni di partenariato”, risponde Jeannerat. I problemi vanno discussi concretamente e in modo pragmatico con ognuna delle parti, in modo da giungere passo per passo ad una soluzione.
Il direttore di Alliance Sud – la coalizione delle organizzazioni umanitarie svizzere – Peter Niggli, fatica a stilare un bilancio del viaggio di Calmy-Rey. Egli ritiene che generalmente simili viaggi ufficiali all’estero sono poco documentati, nel senso che le informazioni che passano al pubblico sono alquanto filtrate. E questo nonostante il programma fosse molto intenso.
Diplomazia
Gli ambasciatori sono dei partner importanti per la costruzione di rapporti bilaterali. Insieme ai capi degli uffici regionali della Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC), i diplomatici elvetici in Africa si sono riuniti a Dakar sotto la direzione della ministra degli esteri Calmy-Rey.
“Le esperienze pratiche dei nostri rappresentanti sono state messe a confronto con le impostazioni strategiche decise a Berna”, spiega Jeannerat. Ciò allo scopo di fornire nuove prospettive alla politica estera elvetica in Africa, di cui si occuperà il DFAE nei prossimi mesi.
Il lavoro comune in ambito di sviluppo e l’aiuto umanitario restano al centro delle preoccupazioni elvetiche: “Naturalmente la Svizzera è solidale con i paesi più poveri”, afferma Jeannerat. La Confederazione è uno degli Stati che hanno sottoscritto gli Obiettivi del millennio, che prevedono di dimezzare la povertà nel continente nero entro il 2015.
Altri sviluppi
Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC)
Nuove mire in ambito economico
Altri importanti strumenti di politica estera sono costituiti dalla cooperazione in ambito tecnico e economico, dalla promozione della pace, dal dialogo politico e dalle collaborazioni in ambito di migrazione.
“La Svizzera annovera però anche degli interessi diretti nel continente nero”, aggiunge il portavoce del DFAE, riferendosi in particolare all’approvvigionamento energetico e di materie prime, nonché all’apertura a nuovi mercati.
Oggi la Svizzera è il quinto più importante investitore nella regione dell’Africa subsahariana, ma gli scambi commerciali – eccetto quelli con il Sudafrica – sono ancora troppo poco sviluppati.
swissinfo, Renat Künzi
traduzione, Anna Passera
Uno dei punti forti del viaggio di Micheline Calmy-Rey in Africa (dal 9 al 18 luglio) era la riunione a Dakar degli ambasciatori svizzeri nei paesi dell’Africa subsahariana.
Terminato venerdì, questo incontro di tre giorni diretto dalla ministra ha permesso “di tracciare le basi di una strategia per l’Africa subsahariana”, stando al comunicato del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE).
Nella regione, la Svizzera dispone di una rete di 12 ambasciate e di 13 uffici di cooperazione.
Sul piano economico, nella regione subsahariana la Confederazione occupa il quinto rango tra gli investitori stranieri alle spalle dell’Unione europea, degli Stati Uniti, del Canada e del Giappone.
Il conflitto nel Darfur, regione in guerra nell’ovest del Sudan, dura ormai da quattro anni e, secondo le organizzazioni internazionali, ha già causato più di 200’000 morti, oltre a 2 milioni di sfollati.
Organizzata sotto l’egida delle Nazioni Unite e dell’Unione africana, da domenica in Libia si tiene una conferenza internazionale sulla questione.
L’incontro precede una decisione dell’ONU sul finanziamento di un’operazione ibrida di mantenimento della pace nel Darfur per stabilizzare la situazione sul terreno.
L’operazione consisterà nel rimpiazzare la forza africana di 7’000 uomini, mal finanziata e mal armata, con una robusta forza di 20’000 uomini finanziata dalla comunità internazionale.
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