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Vietare i social ai minori? Cosa può imparare la Svizzera dall’Australia 

ragazze sedute sul letto con il cellulare in mano.
Lo scrolling compulsivo è uno dei motivi che ha portato l'Australia a vietare l'accesso alle maggiori piattaforme social a chi ha meno di 16 anni. Keystone / Christof Schuerpf

L’Australia ha vietato i social media agli under 16, accendendo il dibattito globale. Anche la Svizzera valuta regole per le piattaforme online, ma esperti ed esperte avvertono: i divieti da soli non bastano a risolvere il problema di algoritmi e design dannosi.

Da anni, in tutto il mondo si discute di vietare i social media agli adolescenti, ma l’Australia è stata la prima a passare all’azione. Nel dicembre scorso ha bloccato l’accesso a dieci piattaforme, tra cui TikTok, Instagram e YouTube, ai minori di 16 anni.

Il primo ministro Anthony Albanese ha definitoCollegamento esterno l’entrata in vigore della misura “il giorno in cui le famiglie australiane si riprendono il controllo dalle Big Tech”. 

Le principali piattaforme tecnologiche sono sotto scrutinio in tutto il mondo. Di recente, tribunali statunitensi si sono espressi contro Meta (che possiede Facebook, Instagram e WhatsApp) e YouTube di Google in due casi distinti, condannandole per danni che vanno dallo sfruttamento sessuale minorileCollegamento esterno a problemi di salute mentale e dipendenza.Collegamento esterno 

La mossa dell’Australia ha innescato una reazione a catena: Paesi come Spagna, Francia e Regno Unito stanno valutando misure analoghe. 

Mentre la Svizzera riflette su come intervenire, esperti e organizzazioni della società civile avvertono che la questione centrale non riguarda solo chi utilizza i social media, ma soprattutto come le piattaforme e i loro algoritmi funzionano e l’influenza che esercitano sull’utenza. 

Una legge svizzera per regolamentare le piattaforme di comunicazione e i motori di ricercaCollegamento esterno, è stata recentemente sottoposta a consultazione pubblica, che ha coinvolto partiti politici, imprese private e altri attori. Pur imponendo alle piattaforme di dotarsi di strumenti per segnalare gli abusi, la legge non le obbliga a prevenire i danni né a proteggere i minori. Inoltre, non prevede un meccanismo per sanzionare le grandi aziende tecnologiche in caso di violazioni. 

In particolare, i chatbot e i sistemi di raccomandazione basati sull’intelligenza artificiale (IA) – che determinano quali contenuti vengono mostrati e influenzano il tempo trascorso online – non vengono regolamentati. 

Questa è una lacuna importante, secondo l’esperto australiano Daniel Angus, direttore del Digital Media Research Centre della Queensland University of Technology. 

“Se vogliamo migliorare le piattaforme per tutta la società, dobbiamo intervenire su come sono progettate e sulle loro logiche economiche, non solo su chi è autorizzato a usarle”, osserva. 

“Un divieto non risolve il problema” 

Secondo Angus, la legge australiana è troppo semplicistica e non affronta le cause strutturali dei danni online. “È una legge che non sostiene i giovani, non li educa e non risolve i problemi di fondo”, afferma. 

Il problema principale, sostiene Angus, è il modello economico delle piattaforme, che utilizza gli algoritmi di IA per profilare gli e le utenti, massimizzare l’attenzione e aumentare il tempo trascorso online allo scopo di vendere pubblicità. 

I sistemi di raccomandazione dei contenuti operano spesso in modo opaco, eppure la legge australiana non impone una maggiore trasparenza, sottolinea Angus. 

Ritiene anzi che l’esclusione dei minori possa indebolire la pressione per limitare post e pubblicità dannosi, con la logica che il problema si riduce se gli adolescenti non sono presenti. 

“Perché non ripuliamo le piattaforme invece di escludere i ragazzi? Perché non rimuoviamo i contenuti dannosi e miglioriamo l’esperienza per tutti?”, chiede l’esperto. 

Ragazzo australiano mostra divieto d'accesso ai social sul suo telefono
“Per via delle leggi in Australia, le persone sotto i 16 anni non possono più usare i social media”: un giovane australiano mostra il messaggio che gli vieta l’accesso ai social sul suo telefono. Copyright 2025 The Associated Press. All Rights Reserved.

Il Governo di Canberra difende la sua legge 

Da parte sua, il Governo australiano difende il suo approccio legislativo. In risposta alle domande di Swissinfo, un portavoce della Commissaria per la sicurezza digitale ha sottolineato che il divieto rappresenta solo una parte di un quadro più ampio. 

Tale quadro include misure per contrastare abusi online, cyberbullismo e contenuti illegali, compresi materiali generati tramite l’IA, come i deepfake. Le autorità possono inoltre richiedere alle piattaforme informazioni su come gestiscono i rischi legati all’IA. 

Secondo il portavoce, queste misure stanno già producendo degli effetti concreti. Un’azienda britannica di servizi molto popolari di “nudify” – che generano immagini intime false con l’IA, spesso anche di minori – ha per esempio ritirato le proprie piattaforme dal mercato australiano. 

La legge australiana sta funzionando? I primi dati sono ambigui 

I dati iniziali dopo l’introduzione del divieto mostrano risultati contrastanti. Da un lato, le piattaforme avrebbero già rimosso milioni di accountCollegamento esterno riconducibili a minori. Allo stesso tempo, il 61% dei genitori che hanno partecipato a un sondaggio governativoCollegamento esterno afferma di aver osservato effetti positivi sui propri figli, tra cui maggiori interazioni di persona. 

Tuttavia, emergono anche diverse criticità. Circa un quarto dei genitori sostiene che i propri figli si siano spostati su piattaforme alternative e segnala un calo delle interazioni sociali e della creatività. 

Inoltre, secondo diversi media australianiCollegamento esterno, il divieto risulta facile da aggirare. Questo aspetto era già emerso in un sondaggio dell’Unicef condotto su oltre 2’000 giovani in Australia tra i 13 e i 17 anni, secondo cui quasi un quarto riesce spesso a bypassare le restrizioni. “Questo dimostra quanto sia importante creare piattaforme digitali più sicure, invece di limitare semplicemente l’accesso”, ha dichiarato in un post onlineCollegamento esterno Katie Maskiell, responsabile delle politiche e della difesa dei diritti di Unicef Australia. 

Angus conferma questa tendenza: “Ogni giorno sento storie di giovani che sono ancora su Instagram nonostante le restrizioni”, afferma. 

>> Le giovani generazioni in Svizzera non possono più fare a meno dei chatbot:

Altri sviluppi

Il dibattito resta aperto in Svizzera 

In Svizzera, il progetto di legge è ancora in discussione, ma le divergenze sono già evidenti. 

La normativa prevede che le piattaforme spieghino perché un contenuto viene rimosso o un account bloccato e offrano a utilizzatori e utilizzatrici la possibilità di contestare queste decisioni. Consente inoltre di segnalare contenuti illegali attraverso un sistema interno di reclamo. Tuttavia, non obbliga le aziende a prevenire attivamente i contenuti dannosi. “Se una piattaforma identifica un rischio, non è tenuta a porvi rimedio”, osserva Estelle Pannatier, Senior Policy Manager di AlgorithmWatch CH. 

Le organizzazioni della società civile chiedonoCollegamento esterno quindi regole più severe, in particolare sugli algoritmi di raccomandazione, che possono esporre le persone a contenuti nocivi, favorire un uso prolungato e sfruttare dati sensibili a fini pubblicitari. 

Vedono inoltre nei chatbot di IA generativa, sempre più integrati nei social media e nei motori di ricerca, una potenziale minaccia, poiché le loro risposte possono influenzare le opinioni individuali e persino i processi democratici. “Attualmente la Svizzera non dispone degli strumenti per intervenire in modo efficace sulle piattaforme, anche quando la democrazia è a rischio”, afferma Rahel Estermann, co-direttrice dell’organizzazione di tutela dell’utenza digitale Digitale Gesellschaft. 

Queste posizioni contrastano con quelle dell’industria. Swico, l’associazione che rappresenta le imprese digitali, si oppone alla regolamentazione delle piattaforme social proposta dal Governo, soprattutto se dovesse includere restrizioni sull’IA. “L’intelligenza artificiale è già oggetto di un processo normativo a sé stante. Regolarla nell’ambito di questa legge aumenterebbe inutilmente il rischio di sovrapposizioni non coordinate e dannose “, dichiara Simon Ruesch, responsabile degli affari legali e delle pubbliche relazioni di Swico. 

Perché l’Europa può offrire un modello migliore dell’Australia 

Il caso australiano e il dibattito svizzero evidenziano quanto sia complesso regolamentare le piattaforme digitali. 

Secondo Daniel Angus, le restrizioni basate sull’età sono politicamente attraenti perché facili da comunicare, ma rischiano di lasciare irrisolte questioni più profonde. “La vera sfida politica è affrontare la logica commerciale e gli algoritmi alla base di questi sistemi”, afferma. 

Per questo motivo, Angus invita i Paesi, tra cui la Svizzera, a riflettere attentamente prima di prendere l’Australia come modello. Suggerisce invece di guardare al Digital Services Act dell’Unione Europea, che punta su trasparenza e responsabilità delle piattaforme, prevedendo anche sanzioni significative in caso di violazioni.  

La normativa europea obbliga infatti le piattaforme a spiegare il funzionamento dei loro algoritmi di raccomandazione e limita la pubblicità mirata ai minori, con multe fino al 6% del fatturato globale in caso di infrazione. “La legge europea, seppur imperfetta, è di gran lunga più avanzata di quella australiana”, conclude Angus. 

Il Governo svizzero dovrebbe esaminare le posizioni di tutti i gruppi di interesse e decidere i prossimi passi per la regolamentazione entro la fine dell’anno. 

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A cura di Gabe Bullard/VdV

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