I ricchi sono più sani e vivono più a lungo
Secondo uno studio ticinese, le classi più abbienti possono vivere 7 anni in più di quelle meno favorite. Salute e longevità dipendono più da fattori legati all'ambiente fisico ed a quello socio-economico che non dal consumo di servizi sanitari.
La conseguenza è che benessere sanitario e speranze di vita elevate non sono equamente ripartiti tra le classi, ma diventano sempre più un privilegio di chi percepisce redditi elevati.
La tendenza, già osservabile in numerosi Paesi industrializzati, ha trovato conferma per la Confederazione in uno studio realizzato dal Dipartimento Opere Sociali (DOS) del Canton Ticino. Nella ricerca, pubblicata sul numero di ottobre del bollettino cantonale “Informazioni statistiche”, si osserva come la longevità di una persona (e quindi la sua salute) dipendano in genere solo per il 10-15 percento dalle strutture sanitarie di cui essa dispone. Contano infatti anche il patrimonio genetico personale (20-30 percento), l’ambiente fisico (20 percento) e soprattutto i fattori socio-economici (addirittura nella misura del 40-50 percento) .
Ne consegue che, nei Paesi industrializzati in possesso di un sistema sanitario “universale”- Svizzera compresa -, le decisioni del ministro delle finanze hanno probabilmente un impatto maggiore sulla salute dei cittadini rispetto a quelle del ministro della sanità. Il problema – sottolinea lo studio – è che nessuno dei due ministri è disposto ad ammettere il paradosso, mentre la popolazione stessa non ci crede.
Ma i fatti parlano chiaro: in Svizzera negli ultimi vent’anni le differenze di mortalità fra le classi si sono via via accentuate, fino a raggiungere un divario di sette anni di speranza di vita in più per i ceti ricchi rispetto a quelli meno abbienti. La situazione – nota lo studio – ricorda il naufragio del “Titanic”, quando la sopravvivenza dei passeggeri si rivelò strettamente collegata alla loro classe sociale. Secondo studi internazionali, la tendenza in Svizzera è oltrettuto destinata a peggiorare.
Qualche dato sul Ticino: da un’inchiesta avviata nel ’97, risulta che a soffrire di problemi fisici o psichici persistenti sia il 27,2 percento degli appartenenti alla classe sociale più bassa (con redditi mensili sotto i 4500 franchi), contro il 16,5 percento delle persone della classe media (redditi mensili tra i 4500 e i 6500 franchi) e il 10 percento di quelle della classe superiore (redditi sopra i 6500 franchi) .
Stesso discorso per la comparsa di sintomi fisici importanti nelle quattro settimane precedenti l’inchiesta: ne avevano segnalati 41 persone su 100 nei ceti inferiori, 31 su 100 in quelli medi e solo 20 su 100 in quelli più agiati. Infine, il consumo di farmaci, calcolato sull’arco dei sette giorni prima dell’inchiesta: elevato (quasi il 50 percento del campione) per le classi più basse, meno significativo (rispettivamente 42 percento e 30 percento) per le classi medie e alte. Unico dato confortante per tutti: la cultura “mediterranea”, tipica soprattutto della Svizzera italiana e della Romandia, concede ai popoli del sud Europa una “rendita” di partenza di 3-4 anni di speranza di vita in più rispetto alle popolazioni nordiche.
Per porre rimedio ai divari dovuti alle condizioni socio-economiche, lo studio ticinese propone una maggiore informazione ai cittadini, una misurazione sistematica dell’impatto sanitario della politica economica e sociale e, infine, una rielaborazione dei programmi di educazione sanitaria secondo priorità non più soltanto mediche.
Ricercando soluzioni pratiche al problema della sanità pubblica, il contributo del Canton Ticino si rivela ancora una volta pionieristico a livello svizzero. La Confederazione intende infatti creare una serie di nuove strutture – prima fra tutte, un Osservatorio della salute all’interno dell’Ufficio federale di statistica, a partire dal 2001 – con lo scopo di avvicinare sempre più i dati e l’informazione statistica alla ricerca applicata.
Alessandra Zumthor
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