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I “Tschingg” di ieri, i campioni di oggi

Giorgio Contini, il campione svizzero di pugilato di origine italiana. Archivio sociale svizzero, Zurigo

Al Museo della Bärengasse, una mostra racconta la storia degli italiani a Zurigo, analizzando pregiudizi e stereotipi che accompagnano la loro integrazione.

Da oltre 100 anni, la comunità italiana residente ai bordi della Limmat è parte integrante del paesaggio urbano e della vita quotidiana della città.

Non erano gli spaghetti, ma il granoturco a costituire la dieta principale degli immigrati che nel tardo Ottocento giunsero a Zurigo dall’Italia del Nord. «Luridi mangiatori di mais» era l’insulto corrente che gli abitanti della città svizzera rivolgevano ai nuovi arrivati.

Ma proprio anche grazie alla loro cucina, diventata uno dei principali punti di contatto tra le varie nazionalità, gli italiani sono riusciti a ritagliarsi uno spazio nella realtà elvetica.

«L’immigrazione italiana rappresenta un segmento importante della nostra società», afferma Felix Graf, direttore del Museo della Bärengasse, che fino al 20 agosto racconta la storia di oltre 100 anni di presenza italiana a Zurigo.

Una visita nel piccolo sottoscala del museo zurighese consente di capire come i «Tschingg» – espressione spregiativa con la quale gli svizzero tedeschi designano gli italiani – siano diventati gli stranieri più amati del paese.

Luogo di lavoro e terra d’esilio

Macchina da caffè, pandoro, pallone e spaghetti da una parte, coltellino, Toblerone, orologio e scarponi da montagna dall’altra. La prima sezione della mostra, una colorata esposizione di oggetti, rivela il rapporto che alcuni cittadini di origine italiana intrattengono con i due paesi. I loro oggetti «preziosi» racchiudono un ricordo personale, un’esperienza, un significato particolare.

Poi si passa alla storia. Dal primo grande afflusso nella seconda metà del 19esimo secolo – strettamente collegato allo sviluppo della rete ferroviaria elvetica – alle pagine nere del periodo fascista e delle contestazioni razziste degli anni ’50 e ’60.

Vecchi documenti rivelano che accanto ai primi lavoratori, anche alcuni profughi politici illustri scelsero la Svizzera quale destinazione. Tra questi Giuseppe Mazzini, il principale esponente dell’ala radicale del Risorgimento.

Sua la lettera apparsa sulla «Neue Zürcher Zeitung» del settembre 1854, dove rimprovera il Consiglio nazionale di averlo «perseguitato unicamente per vigliaccheria e servilismo nei confronti dell’Austria».

I tumulti del 1896 e la caccia agli anarchici

Una zuffa durante la quale un lavoratore edile italiano ferisce mortalmente un arrotino alsaziano. È questo l’episodio che scatena, nel 1896, un’ondata di incredibile violenza nei confronti degli italiani. I locali da loro gestiti e frequentati sono assaliti e le vetrine frantumate, come mostrano i disegni riportati sulla prima pagina del quotidiano «Berner Tagblatt».

I volantini stampati nel periodo della creazione del ristorante «Cooperativo» – storico ritrovo dei socialisti italiani – e i manifesti che esortano all’organizzazione della classe operaia, ricordano invece al visitatore che l’afflusso di attivisti politici è proseguito anche a cavallo tra i due secoli.

«Siccome erano molto attivi nei sindacati e nelle manifestazioni, numerosi italiani furono bollati come anarchici», spiega la curatrice della mostra Francesca Tommasi.

Anarchici che la Svizzera si vede costretta ad estradare, sotto le incalzanti richieste del governo italiano. I nomi degli indesiderati sono visibili sulle liste nere e nei verbali degli interrogatori dell’epoca.

Il contagio del fascismo

Appesa al muro di una sala, una bandiera con i proclami di Mussolini sequestrata dalla polizia cittadina, testimonia l’infiltrazione dell’ideologia fascista nel paese.

Per contrastare il propagarsi di tali concetti, Fernando Schiavetti fonda negli anni ’30 la Scuola libera italiana.

In grassetto nel suo opuscolo si legge che l’istituto consente ai giovani di imparare bene l’italiano «senza farsi avvelenare l’anima».

Riunirsi per superare l’isolamento

Sempre nella sezione storica della mostra, i documentari risalenti all’iniziativa Schwarzenbach (che chiedeva di fissare un tetto massimo di stranieri corrispondente al 10% della popolazione totale) e i servizi giornalistici dedicati al reclutamento di manodopera e alla ricerca di alloggi, raccontano l’epoca della massiccia immigrazione dopo la Seconda guerra mondiale.

Accanto ad uno schermo sul quale va in onda l’emissione «Un’ora per voi» del 1964, la curatrice dell’esposizione usa l’aggettivo «rivoluzionaria» per descrivere la prima trasmissione di informazione della televisione svizzera indirizzata agli espatriati italiani.

«La loro grande forza è di essersi organizzati e uniti fortemente», sottolinea inoltre Francesca Tommasi, ricordando le varie associazioni politiche e religiose, i club sportivi e le società corali fondate dalla comunità italiana.

Lottare per «vincere»

Alla fine della visita, specchi che al tocco di un pulsante si rivelano finestrelle, invitano il visitatore ad interrogarsi sul concetto dell’italianità e sul rifiuto espresso da una recente votazione popolare all’ottenimento agevolato del passaporto rossocrociato.

Una riflessione per capire che prima di ottenere il successo di una piena integrazione, gli italiani dovranno battersi ancora. L’incitamento a non mollare traspare dallo sguardo fiero di Giorgio Contini (ritratto sul cartellone principale della mostra), il pugile italiano che, dopo tanti pugni ricevuti, è diventato campione svizzero nei pesi medi.

E a rifilare simbolicamente un calcio a coloro che continuano a considerare gli emigranti venuti dal sud «indesiderati», ci pensano le scarpette di suo figlio Giorgio Contini junior – campione svizzero di calcio con il San Gallo nel 2000 – esposte all’entrata del museo.

swissinfo, Luigi Jorio, Zurigo

L’immigrazione italiana in Svizzera è strettamente collegata allo sviluppo della rete ferroviaria nella seconda metà del XIX secolo.

Accanto ai cantonieri, agli sterratori e ai lavoratori impiegati nella costruzione della ferrovia, vi erano però anche scienziati, intellettuali e commercianti.

Dopo la Seconda guerra mondiale, oltre agli operai, la Svizzera cerca manodopera anche tra le persone attive nel settore alberghiero e della ristorazione.

Il termine spregiativo «Tschingg» deriva dall’esclamazione «cinque!» che gli italiani gridavano quando vincevano una partita al gioco della morra.

La mostra «Tutto bene? – Gli italiani a Zurigo» è al Museo della Bärengasse fino al 20 agosto.

Nel 2003 risiedevano a Zurigo 14’885 cittadini italiani, circa il 13% della popolazione straniera.
Nel 1966 erano 32’145
Alla fine del 19esimo secolo, gli italiani erano invece poco più di 3’300.
In totale, oltre 300’000 italiani vivono oggi in Svizzera.

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