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Il genoma umano minaccia la protezione dei dati

La decifrazione del genoma umano ha ampliato enormemente i pericoli legati alla protezione dei dati e alla sicurezza delle informazioni. Un problema sul quale si è chinato giovedì a Zurigo un convegno scentifico organizzato dal Politecnico federale.

È dal 1996 che il Politecnico federale di Zurigo conduce annualmente un simposio sulla protezione dei dati e la sicurezza dei sistemi informativi. Gli scopi sono quattro: stabilire un collegamento tematico tra protezione dei dati ed informatica, promuovere il confronto obiettivo tra gli specialisti e con i rappresentanti della società, monitorare i nuovi sviluppi nei campi dell’elaborazione e della sicurezza delle informazioni, sensibilizzare l’opinione pubblica su questa importante problematica.

Proprio la crescente necessità della sensibilizzazione degli individui e della società, insieme con il sempre più urgente bisogno di opportuni interventi legislativi, sono le due esigenze sulle quali è stato maggiormente posto l’accento dagli specialisti partecipanti al simposio di quest’anno. Le ragioni sono molteplici, sintetizzate sotto l’aspetto tecnico dal prof. Ueli Maurer, direttore del gruppo di ricerca Sicurezza delle informazioni e Crittografia, e, sotto l’aspetto giuridico, dal dott. Bruno Baeriswyl, incaricato del canton Zurigo per la protezione dei dati.

La dipendenza dalle tecnologie dell’informazione – ha sostenuto Ueli Maurer – cresce sempre di più; e quanto più ne vengono estese le applicazioni, tanto più aumentano la complessità del sistema ed il numero degli individui coinvolti. Esiste dunque un giustificato timore davanti alla possibilità che il controllo del sistema sfugga di mano: gli scienziati e gli incaricati ufficiali della protezione dei dati devono fare da battistrada nella ricerca delle opportune soluzioni.

Bruno Baeriswil ha invece delineato la problematica con una serie di preoccupanti domande. Premesso che la decifrazione del patrimonio genetico è ormai una realtà, bisogna innanzitutto rendersi conto che l’analisi del genoma di una persona contiene informazioni anche su altre persone o su interi gruppi sociali in rapporti di parentela. Nel caso, per esempio, che venisse individuato il gene del morbo di Alzheimer, quali persone devono essere informate? O si può tralasciare l’informazione?

L’impronta genetica (l’analisi del DNA) non serve soltanto ad individuare l’autore di un crimine, ma pur anche consentire allo Stato di tracciare profili genetici. Chi pur garantire che i dati del DNA rilevati per indagini penali non vengano usati anche per altri scopi? Per fare un esame genetico, occorre il consenso della persona interessata. Ma non va anche chiesto, e in quali casi, il consenso dei parenti? E cosa si fa con i dati ottenuti se l’interessato rifiuta di prenderne conoscenza? I parenti hanno il diritto di conoscere le disposizioni genetiche di una persona? E la sua assicurazione sulla vita? E il suo datore di lavoro?

Le possibilità di discriminazione di una persona o di interi gruppi sociali sono ancora più ampie. Già oggi gli assicuratori dichiarano che senza il preventivo esame del genoma, o se la persona interessata ne possiede i dati e non li mette a loro disposizione, nessuna polizza sulla vita potrà più essere stipulata. In tal caso, basta il consenso dell’interessato se i suoi dati genetici forniscono indicazioni anche su altre persone imparentate con lui?

Sono tante, troppe le domande aperte che le nuove tecnologie dell’informazione provocano: si pensi ancora allo sviluppo della telefonia mobile, all’espansione di Internet e al moltiplicarsi delle banche dati. Aspettare ancora, prima di affrontarle con decisione, pur essere molto rischioso. Le conclusioni degli esperti al simposio di Zurigo sembrano perentorie. Primo: la protezione dei dati (privacy) e la sicurezza delle informazioni sono questioni-chiave della società dell’informazione. Secondo: il dibattito nella società ed a livello politico deve essere aperto immediatamente. Terzo: quelli a cui compete decidere devono riunirsi subito attorno a un tavolo.

Silvano De Pietro

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