La disoccupazione preoccupa i dirigenti aziendali
Per la gente comune, la ripresa economica non si manifesta con la creazione di nuovi posti di lavoro o con l’aumento dei redditi. I partecipanti al Forum economico di Davos (WEF) temono la bomba ad orologeria della disoccupazione.
Cinque milioni di persone in più per un totale di 202 milioni. È il numero di persone nel mondo che nel 2012 sono entrate a far parte della categoria dei disoccupati. A beneficiare della prosperità sono invece in pochi. L’ong Oxfam ha calcolato che il patrimonio delle 85 persone più ricche del pianeta equivale a quello della metà della popolazione mondiale.
Questo fossato tra ricchi e poveri era già stato evidenziato dal Rapporto sui rischi globali redatto al WEF. Sebbene i delegati benestanti presenti a Davos abbiano riconosciuto il problema, sono al contrario meno entusiasti quando si tratta di trovare una soluzione, sottolinea Philip Jennings, segretario generale della federazione sindacale internazionale UNI Global Union, con sede a Ginevra.
«I benefici della ripresa economica non sono ripartiti; gravitano attorno all’élite», afferma a swissinfo.ch Philip Jennings. «Gli uomini d’affari non apriranno il loro portamonete in modo volontario».
Una ripresa economica duratura può basarsi solamente sulla domanda dei consumatori, favorita a sua volta dal miglioramento dei redditi accordato dai consigli di amministrazione, ritiene Philip Jennings. Per fare questo e incrementare il numero di persone con un impiego, prosegue, mondo economico e governi devono collaborare.
Nel 2012 le persone senza lavoro erano 202 milioni, cinque milioni in più rispetto all’anno precedente, secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL).
Se la tendenza attuale si confermerà, il numero di disoccupati salirà a 215 milioni entro il 2018, prevede l’OIL.
Stando a un rapporto pubblicato dall’OIL nel gennaio di quest’anno, i giovani senza lavoro di età compresa tra i 15 e i 24 anni sono 74,5 milioni (un milione in più rispetto al 2012).
A livello mondiale, la quota di giovani disoccupato è del 13%. La percentuale varia da un paese all’altro. È ad esempio del 6% in Svizzera e del 57% in Spagna.
L’OIL stima che se i paesi dell’OCSE raddoppiassero i crediti destinati a finanziare delle misure attive per la creazione di impieghi (ad esempio il rafforzamento dei programmi di apprendistato), nei prossimi due anni si potrebbero creare 3,9 milioni di impieghi supplementari.
Giovani e disoccupati
Con circa 74,5 milioni di giovani di età compresa tra i 15 e 24 anni senza un lavoro, la disoccupazione giovanile è particolarmente inquietante, rileva l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL).
«Una generazione che non raggiunge il suo potenziale rappresenta un enorme spreco di talenti che avrà un impatto sul futuro economico», scrive il direttore generale dell’OIL Ghi Ryder sul sito Internet del WEF. «In alcuni paesi, questo potrebbe condurre all’aumento dei disordini sociali, i quali rischiano di sconfinare nell’arena politica».
Il presidente della Confederazione per il 2014 Didier Burkhalter ha da parte sua detto ai delegati che la disoccupazione giovanile è «un cancro per la società». Mercoledì, durante il suo discorso inaugurale, ha sottolineato che «i costi umani e sociali sono drammatici».
Per il ministro degli affari esteri, il sistema svizzero di apprendistato potrebbe costituire una soluzione al problema. Esperti svizzeri collaborano già con l’India e il Myanmar per creare un sistema simile. In settembre, la Svizzera ospiterà una riunione internazionale sulla formazione professionale.
In numerosi paesi, tale sistema non può però funzionare, avverte Klaus Kleinfeld, amministratore delegato della società manifatturiera statunitense Alcoa. «Il modello di apprendistato ha funzionato bene in alcuni paesi, ma affonda le sue radici in un sistema di corporazioni che ha 500 anni», ha spiegato a Davos. «Se si tenterà di importarlo negli Stati Uniti, ci si troverà confrontati col fatto che non abbiamo questa tradizione, che gode del sostegno popolare».
«Adottare un sistema del genere in un’altra regione è più difficile di quanto si possa pensare», ha osservato Klaus Kleinfeld, aggiungendo che per stimolare il mercato del lavoro nei diversi paesi si potrebbe anche ricorrere a modelli alternativi di partenariato tra economia, scuole e poteri pubblici locali.
Troppo formati?
A Davos è stato illustrato un altro ostacolo alla riduzione della disoccupazione: troppi universitari diplomati vogliono accedere al mercato del lavoro senza però disporre delle competenze richieste dalle aziende.
Durante l’Open Forum – una serie di discussioni organizzate all’esterno del Centro dei congressi di Davos e aperte al pubblico – l’imprenditore statunitense Zach Sims ha raccontato di come abbia lasciato la Columbia University per creare, nel 2011, un sito Internet (Codeacademy) che permette di imparare a programmare dei software.
Zach Sims ha spiegato che i 200’000 dollari (185’000 franchi) necessari per finanziare una formazione universitaria di quattro anni negli Stati Uniti rappresentano «un debole ritorno sull’investimento», dato che una volta intascato il loro diploma, la metà degli studenti si ritrova senza lavoro o esercita un mestiere per il quale non c’è bisogno di un attestato.
«Vediamo diplomi che non valgono nemmeno la carta su cui sono stampati», ha detto l’imprenditore. «La maggior parte di ciò che viene insegnato non è rilevante. L’educazione è sempre in ritardo rispetto ai bisogni del lavoro. Bisogna che la gente impari in un altro modo le cose di cui necessita».
Il divario tra datori di lavoro e manodopera emergente può allargarsi da ambedue le parti, ha dal canto suo sottolineato il numero uno di Coca Cola Muhtar Kent. Mentre i datori di lavoro fanno fatica a trovare le competenze adeguate tra chi è alla ricerca di un impiego, i giovani cercano dei posti di lavoro diversi da quelli offerti da numerose aziende.
«Nel mondo occidentale la definizione di lavoro cambierà», prevede Muhtar Kent. «Nel mondo di oggi, non c’è bisogno di alzarsi e di andare al lavoro per creare valore. Molto più lavoro sarà fatto da casa. Dobbiamo approfittare meglio delle tecnologie e dei social media».
Matt Allen, swissinfo.ch, Davos
Traduzione dall’inglese di luigi iorio
La 44a edizione del Forum economico mondiale (WEF) di Davos è intitolata: “The Reshaping of the World: Consequences for Society, Politics and Business” (“Il rimodellamento del mondo: conseguenze per la società, la politica e l’economia”).
Tra il 22 e il 25 gennaio 2014, i circa 2’500 partecipanti potranno ascoltare leader internazionali della politica, dell’economia, della finanza, della società civile, della religione, della cultura e della scienza.
Nella famosa località turistica grigionese saranno presenti una cinquantina di capi di Stato e di governo, tra cui il primo ministro giapponese Shinzo Abe, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il presidente iraniano Hassan Rouhani , il primo ministro britannico David Cameron, il primo ministro australiano Tony Abbot e il presidente sudcoreano Park Guen-Hye.
Il WEF è stato creato da Klaus Schwab nel 1971 a Davos, inizialmente sotto il nome di “European Management Symposium”. L’idea di partenza era di mettere in contatto dirigenti economici europei e statunitensi, al fine di incrementare le relazioni e risolvere i problemi.
Il Forum ha preso il suo nome attuale nel 1987, parallelamente all’ampliamento dei propri orizzonti, vale a dire quando si è dato lo scopo di fornire una piattaforma per la ricerca di soluzioni alle controversie internazionali.
Il WEF è un’organizzazione senza scopo di lucro, con sede a Cologny (Ginevra). È finanziato tramite i contributi dei membri e donazioni.
Traduzione dall’inglese di Luigi Jorio
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