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La politica svizzera sceglie di non approfondire il fenomeno del turismo della morte

Una stanza per l'eutanasia, in primo piano un bicchiere e una fiala con la scritta "Natrium-Pentobarbital".
L'eutanasia ha una lunga tradizione in Svizzera. Uno sguardo all'interno di una stanza dell'organizzazione Dignitas, che offre assistenza al suicidio, scattata nel 2002. Keystone / Gaetan Bally

Quante persone si recano ogni anno in Svizzera con l'intenzione di porre fine alla propria vita? È una domanda cui la politica elvetica sembra non voler dare una risposta precisa. Nonostante la disponibilità di dati, il Parlamento ha respinto una proposta volta a monitorare sistematicamente il cosiddetto "turismo della morte", alimentando un dibattito già acceso. 

Il fenomeno del turismo della morte in Svizzera è da tempo fonte di controversie, sia a livello nazionale che internazionale. Nel Paese le discussioni si concentrano spesso sui costi che la pratica comporta per i Cantoni, mentre all’estero prevalgono considerazioni di natura etica. Una critica ricorrente è che la Svizzera adotti un approccio eccessivamente permissivo nell’accesso al suicidio assistito. 

Alcuni casi hanno suscitato particolare scalpore, come quello di cittadini britannici che hanno richiesto e ottenuto il suicidio assistito in Svizzera all’insaputa delle proprie famiglie. Tra questi, la vicenda di una donna di poco più di 50 anni, affetta da depressione a seguito della perdita del figlio, ha sollevato interrogativi significativi. 

L’organizzazione che le ha fornito assistenza non ha violato alcuna legge. In Svizzera, infatti, l’accompagnamento alla morte non è subordinato a una malattia terminale, né prevede l’obbligo di informare i familiari. La materia è disciplinata da un unico articolo del Codice penaleCollegamento esterno, il quale stabilisce che l’eutanasia non è punibile se non è dettata da motivi egoistici. A questa norma si affiancano i codici deontologici della professione medica e i regolamenti interni delle organizzazioni di assistenza al suicidio. 

Nessuna regolamentazione, nessun commento

Ogni tentativo di introdurre una regolamentazione più stringente del suicidio assistito in Svizzera è finora naufragato. L’ultimo in ordine di tempo è stato bocciato dal Parlamento, che era tornato a occuparsi della questione dopo che il caso della capsula “Sarco” aveva riacceso il dibattito sulla necessità di norme più severe. 

Dopo un lungo iter parlamentare, era sopravvissuta una proposta minimale, elaborata dalla Commissione degli affari giuridici del Consiglio degli Stati. La mozione chiedeva di monitorare l’evoluzione dell’eutanasia in Svizzera, includendo nella raccolta dati e nelle statistiche anche i casi di suicidio assistito di persone provenienti dall’estero, un monitoraggio oggi previsto solo per i residenti. La proposta prevedeva inoltre la raccolta di dati relativi alle organizzazioni che forniscono tale assistenza. 

Ciononostante, la proposta è stata respinta dalla Camera bassa durante la sessione invernale. Sulla questione è calato un silenzio quasi generale. Né i parlamentari che avevano sostenuto la mozione in commissione, né i suoi oppositori hanno accettato di rispondere alle domande di Swissinfo. L’unica voce a rompere il silenzio è stata quella di Ueli Schmezer (PS), che ha illustrato in Parlamento le ragioni del rifiuto da parte della Commissione degli affari giuridici del Consiglio nazionale. 

Secondo Schmezer, tre ordini di considerazioni hanno portato alla bocciatura del monitoraggio. In primo luogo, i dati sui suicidi assistiti sarebbero già disponibili, poiché tali casi vengono trattati come decessi straordinari e sono quindi oggetto di indagine. Inoltre, la politica potrebbe già farsi un’idea del fenomeno attraverso i dati forniti dalle stesse organizzazioni di assistenza al suicidio.  

In secondo luogo, l’Amministrazione ha sottolineato che la raccolta sistematica dei dati comporterebbe un onere finanziario e di risorse insostenibile, specialmente in un momento in cui l’Ufficio federale di statistica (UST) è costretto a tagliare altre rilevazioni per motivi di bilancio. Infine, la Svizzera avrebbe la facoltà di porre fine al turismo della morte in qualsiasi momento, anche senza un monitoraggio specifico. 

La Confederazione ha già a disposizione i dati

La consigliera federale competente, Elisabeth Baume-Schneider, aveva presentato argomentazioni simili durante i lavori della commissione. Aveva sottolineato che non si tratterebbe semplicemente di aggiungere un campo a una statistica esistente, ma di creare un’infrastruttura di raccolta dati completamente nuova, con la necessità di corsi di formazione e, potenzialmente, di una soluzione informatica dedicata. 

Ma perché un’operazione apparentemente semplice come la registrazione di poche centinaia di casi all’anno richiederebbe uno sforzo così ingente? Schmezer non ha fornito ulteriori dettagli, rimandando all’Amministrazione. Swissinfo ha quindi interpellato l’UST per avere chiarimenti sul processo di raccolta dati. È emerso che i dati cantonali sull’eutanasia di persone non residenti vengono già trasmessi alla Confederazione. 

Questa trasmissione, tuttavia, non è legata all’indagine sui suicidi assistiti come decessi straordinari. I dati vengono raccolti tramite il certificato di causa di morte, lo stesso utilizzato per i residenti e per i decessi ordinari. “Per motivi di risorse e poiché le statistiche ufficiali si concentrano sulla popolazione residente, non vengono effettuate ulteriori verifiche”, ha comunicato l’UST. Di conseguenza, i dati non sono considerati come sistematicamente verificati, e per questo, non vengono pubblicati. 

Il certificato di causa di morte utilizzato oggi. L'Ufficio federale di statistica sta ora valutando alcune modifiche per poter eventualmente riportare in futuro i dati relativi al turismo della morte.
Il certificato di causa di morte utilizzato oggi. L’Ufficio federale di statistica sta ora valutando alcune modifiche per poter eventualmente riportare in futuro i dati relativi al turismo della morte. zVg

Erika Preisig di Lifecircle, l’unica tra le maggiori organizzazioni di suicidio assistito a sostenere una maggiore regolamentazione, si dice perplessa. Non comprende perché il modulo dell’UST non possa essere semplicemente integrato con alcune domande aggiuntive.

Secondo Preisig, l’onere per i medici legali sarebbe minimo, soprattutto se paragonato al carico di lavoro che ogni singolo caso di suicidio assistito già comporta, con le relative ispezioni e relazioni. “Compilare questo modulo sarebbe una formalità”, afferma. 

Inoltre, non sarebbe necessaria alcuna formazione specifica per il corpo medico.  

Una soluzione senza l’incarico politico?

In un sorprendente sviluppo, dopo un serrato scambio di corrispondenza, l’Ufficio federale di statistica ha comunicato a Swissinfo che, pur in assenza di un mandato politico, sta valutando “proattivamente” la possibilità di elaborare statistiche sul turismo della morte. 

“Stiamo esaminando una possibile soluzione che non sia necessariamente legata alla formulazione della mozione e che sia realistica nel quadro delle nostre possibilità finanziarie”, si legge nella comunicazione. L’UST ha ribadito il suo impegno costante nel migliorare la propria offerta statistica. 

A cura di Balz Rigendinger

Tradotto dal tedesco con il supporto dell’IA/fra

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