Collaborazione della procura russa alle inchieste Mabetex/Aeroflot
La magistratura russa indagherà su Mabetex ed Aeroflot. L'ha detto venerdì a Mosca il procuratore generale Vladimir Ustinov (foto) all'omologo Valentin Roschacher. Lo rende noto un comunicato del Ministero pubblico della Confederazione, diramato a Berna.
La prima giornata di colloqui tra la delegazione di magistrati svizzeri, guidata dal Procuratore federale Valentin Roschacher, con gli ineffabili colleghi della Procura russa è volata via in gran segreto. Nessun componente delle due squadre, ma forse sarebbe più corretto definirle controparti, se l’è sentita di fare dichiarazioni al termine di un primo incontro durato oltre tre ore. Tutto secondo copione.
Eppure, non è difficile immaginare l’atmosfera di questi faccia a faccia a porte serrate, che andranno avanti per altri tre giorni. Nella stanza degli incontri fluttueranno i fantasmi di Pavel Borodin, l’ex tesoriere del Cremlino sotto zar Boris, accusato di aver intascato tangenti per 25 milioni di dollari. Poi c’è Boris Berezovskij, sotto la cui sapiente regia i profitti dell’Aeroflot, centinaia di milioni di dollari, sono stati dirottati da una società all’atra, da una banca elvetica all’altra, comunque, sempre lontani dalle casseforti della compagnia aerea di bandiera russa.
Ma cosa s’inventerà il procuratore Vladimir Ustinov, asceso al vertice della Pubblica accusa russa con una robusta fama di insabbiatore, per giustificare il fatto incontrovertibile che le indagini promosse dalla giustizia Svizzera, una volta trasferite in Russia non si sono mosse di un centimetro. Anzi, se movimento c’è stato, è stato all’indietro.
Due volte la magistratura russa s’è fatta viva in questi mesi di inerzia: una volta per affermare, in sentenza, che Bajet Pacolli, l’imprenditore di origine abanese che nell’istruttoria veste i panni del Grande Corruttore, era, per quel che se ne sa a Mosca, un galantuomo. La seconda volta s’è rifatta viva per derubricare il ruolo di Berezovskij da indiziato inseguito da un ordine di cattura internazionale, a quello assai più confortevole di testimone.
E come spiegherà lo stesso Ustinov l’altra realtà, altrettanto incontrovertibile, che nessuno dei suoi subalterni, che abbiano avuto a che fare col Russiagate, non sono mai riusciti a mantenere l’incarico, quando non hanno perso il posto? Fino al povero Volkov costretto a dimettersi, dopo aver annunciato che in capo a due mesi sarebbe stato in grado di chiudere la prima fase dell’inchiesta.
Ustinov, stiamone, certi non spiegherà, non si giustificherà. Ringrazierà i colleghi svizzeri per l’assistenza e li farà riaccompagnare in pompa magna all’aeroporto. E non per cattiveria, ma per il semplice fatto che il Russiagate non è nelle sue mani, ma in quelle assai più potenti del nuovo zar del Cremlino, Vladimir Putin.
I giudici svizzeri hanno fatto il loro dovere fino in fondo, ma solo se il Cremlino lo vorrà, l’indagine sulla corruzione in Russia andrà avanti e avrà il suo sbocco naturale in un’aula di giustizia russa. Ma Putin è sufficientemente svicolato dal passato regime da lasciare che personaggi chiave dell’era Eltsin, come Borodin e Berezovskij, vengano trascinati alla sbarra? Dipende. Se nel patto che ha proiettato Putin al potere c’è la clausula dell’impunità per la cosiddetta “famiglia”, inclusi dunque i boiardi di zar Boris, questo processo, a Mosca, non lo vedremo mai.
Alberto Stabile, Mosca
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