Naturalizzazione agevolata per gli stranieri? Riguarda anche gli svizzeri all’estero
L'iniziativa per la democrazia mette in luce quanto la Svizzera sia restrittiva nel concedere la cittadinanza agli immigrati. E ricorda quanto sia invece generosa nei confronti degli emigrati. Un'analisi.
Il Consiglio nazionale, la camera bassa del parlamento elvetico si è pronunciato di recente sull'”Iniziativa per la democrazia”. La maggioranza dei deputati la respinge, come già aveva fatto il Consiglio federale. L’iniziativa popolare mira a rendere più facile l’accesso alla cittadinanza svizzera per gli immigrati residenti e a uniformare le procedure di naturalizzazione.
L’iniziativa è promossa da esponenti della sinistra ecologista e da rappresentanti del mondo dell’immigrazione. La loro richiesta è semplice: gli stranieri che vivono in Svizzera da cinque anni, senza precedenti penali e che hanno conoscenze di base di una lingua nazionale devono avere diritto al passaporto svizzero.
“In Svizzera più di un quarto della popolazione è escluso dalla democrazia”. Il comitato “Azione Quattro Quarti” motiva così la rivendicazione. In Svizzera, almeno a livello federale, senza passaporto svizzero non è possibile votare.
Criterio di discendenza o di origine
L’iniziativa solleva anche la questione di come il Paese debba concedere in futuro la cittadinanza. In Svizzera vige il principio della discendenza: in parole povere, ciò significa che i figli di genitori svizzeri – o di un genitore svizzero – diventano automaticamente cittadini svizzeri. È il cosiddetto “ius sanguinis”, il diritto di sangue.
Con l’iniziativa, a questo principio si affiancherebbe il principio della provenienza. Potrebbe diventare cittadino svizzero chiunque viva o sia nato in Svizzera. Si parla in questo caso di “ius solis”, diritto del suolo. È la regola in paesi d’immigrazione come gli Stati Uniti, i paesi del Sudamerica, il Canada o l’Australia.
La discussione attorno all'”iniziativa per la democrazia” ha finito per far emergere anche il tema dei diritti degli emigrati, cioè dei cittadini svizzeri all’estero. “Perché gli svizzeri all’estero possono ancora votare in Svizzera, nonostante vivano all’estero da decenni?”, si chiede ad esempio il politico bernese Alec von Graffenried (Verdi) sul sito webCollegamento esterno dell’iniziativa. “Gli stranieri che vivono in Svizzera, invece, sono esclusi dal diritto di voto da decenni.”
Attacco alla doppia cittadinanza
Va precisato che la limitazione dei diritti politici degli svizzeri all’estero non è oggetto dell’iniziativa. Tuttavia, questi diritti diventano un argomento di discussione, poiché esiste una discrepanza evidente: la Svizzera esclude la sua popolazione straniera dall’esercizio dei diritti democratici, mentre permette generosamente alla sua diaspora di parteciparvi.
D’altro canto, l’iniziativa ha suscitato anche una discussione sulla doppia cittadinanza. In risposta all’iniziativa, l’Unione democratica di centro (UDC) vorrebbe abbinare in futuro la naturalizzazione alla rinuncia al passaporto di origine. I nuovi cittadini potrebbero conservare un solo passaporto, quello svizzero. Si tratta di una prima misura concreta del partito contro la doppia cittadinanza, che da tempoè una spina nel fianco dell’UDC.
In questo contesto va ricordato che tre svizzeri all’estero su quattro hanno la doppia cittadinanza. Anche se non sono ancora direttamente toccati dalla proposta, registrano con attenzione ogni attacco alla doppia cittadinanza.
La diaspora svizzera conta attualmente circa 840’000 persone. A queste, una volta raggiunta la maggiore età, è aperto l’accesso alla democrazia svizzera; basta che si registrino.
D’altra parte ci sono 2,5 milioni di stranieri che vivono in Svizzera e che – almeno a livello federale – non possono né votare né eleggere.
La percentuale particolarmente elevata di popolazione residente permanente in Svizzera che non gode di diritti politici è l’argomento principale dei promotori dell'”Iniziativa per la democrazia”. Nella loro argomentazione ricordano che un quarto della popolazione in Svizzera paga le tasse ed è direttamente coinvolto da decisioni politiche a cui non può partecipare. Pertanto, sarebbe giusto che questa fetta di popolazione potesse avere voce in capitolo attraverso la partecipazione democratica.
“Un deficit democratico preoccupante”
Il dibattito su questo tema è in corso già da alcuni anni. Nel 2016 l’Università di Lucerna aveva richiamato l’attenzione su un “preoccupante deficit democratico” della SvizzeraCollegamento esterno. Un gruppo di ricerca lucernese ha sviluppato appositamente un “Indice di integrazione dell’immigrazione”, che fotografa la situazione. I dati analizzati indicano che rispetto ad altri paesi la Svizzera pone ostacoli maggiori alla partecipazione politica degli immigrati e dei loro discendenti. Nella classifica di tutti i paesi europei si colloca al penultimo posto.
Dal punto di vista della teoria democratica, questo aspetto è stato ripetutamente criticato. Nel mondo accademico regna un ampio consenso: quanto più una democrazia è inclusiva, tanto migliore è la qualità delle sue decisioni.
La pressione c’è
“La particolare esclusività della democrazia svizzera non è una novità. Anche le donne sono rimaste escluse dal voto in Svizzera molto più a lungo che in altri paesi”, scrivevano i ricercatori di Lucerna dieci anni fa. “A differenza del suffragio femminile, però rispetto all’inclusione degli immigrati manca in gran parte la pressione interna”. L’iniziativa genera ora questa pressione.
Anche la Confederazione ha commissionato uno studioCollegamento esterno per mettere a confronto la prassi svizzera di naturalizzazione con quella europea. Pubblicato nel 2024, lo studiato ha confermato quanto siano grandi gli ostacoli per gli stranieri che vogliono acquisire la cittadinanza svizzera.
In molti paesi europei la naturalizzazione è possibile dopo un soggiorno di cinque anni. La media paneuropea è di 6,9 anni. In Svizzera, invece, sono necessari 10 anni.
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La Svizzera è anche molto più selettiva rispetto alla maggior parte dei paesi europei per quanto riguarda i figli degli immigrati. Di solito in Europa le persone nate nel paese di residenza hanno facile accesso alla cittadinanza. La Svizzera, invece, impone anche alla seconda generazione un complesso processo di naturalizzazione. Di conseguenza, il tasso di naturalizzazione svizzero è basso. Si attesta all’1,9%, mentre la media europea è del 2,6%.
Cittadinanza ereditaria all’estero
ispetto ai paesi confinanti, la Svizzera dà scarso peso al principio di provenienza, lo “ius soli”. In compenso, il Paese conferisce grande un ruolo centrale allo “ius sanguinis”. Chi discende da genitori svizzeri non solo può conservare la cittadinanza, ma anche trasmetterla di generazione in generazione.
A ciò si aggiungono inoltre diritti politici completi. Gli emigrati di quarta, quinta e ogni ulteriore generazione possono, se lo desiderano, avere voce in capitolo in Svizzera anche decenni dopo l’emigrazione deiloro familiari. A partire dalla terza generazione, i discendenti degli emigrati devono sì richiedere attivamente il passaporto svizzero, ma non esistono ostacoli al suo ottenimento.
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Questa generosità colpisce persino gli svizzeri all’estero. Così ha scritto un lettore in un dibattito su Swissinfo: “Gli svizzeri farebbero bene ad adottare l’approccio irlandese alla cittadinanza all’estero: fino a tre generazioni di registrazione di nascita all’estero e basta.”
“La cittadinanza come qualcosa di sacro”
Già solo per la possibilità unica di partecipazione offerta dalla democrazia diretta svizzera, la Svizzera supera probabilmente tutti gli altri Stati con il suo ampio coinvolgimento politico della diaspora.
Il diritto di partecipare alle questioni relative alla patria di origine è sancito dalla Legge sugli svizzeri all’esteroCollegamento esterno. Il tema non è oggetto di serio dibattito in Svizzera, ma torna spesso in primo piano quando si discute in generale di partecipazione ed esclusione. È il caso ora del dibattito sull'”Iniziativa per la democrazia”.
“Il diritto di cittadinanza riguarda il nucleo, l’identità del nostro Paese”, ha affermato Pascal Schmid, responsabile della migrazione dell’UDC, durante la discussione al Consiglio nazionale. La sua collega di partito, la consigliera nazionale Therese Schläpfer, ha rincarato la dose: “O difendiamo il diritto di cittadinanza come qualcosa di sacro, oppure continuiamo a svenderlo e assistiamo passivamente allo smarrimento dell’anima svizzera”.
Altrettanto nette le prese di posizione da parte dei sostenitori: “L’attuale sistema divide la nostra società”, ha affermato ad esempio la consigliera nazionale Sibel Arslan, tra i promotori dell’iniziativa. “Distingue tra persone che possono partecipare alle decisioni e altre che non possono, sebbene frequentino la stessa scuola, parlino la stessa lingua, esercitino la stessa professione e paghino le stesse tasse”.
Gruppi in forte crescita
La questione dell’integrazione e dell’esclusione diventa interessante anche in relazione alla crescita della comunità degli svizzeri all’estero. Sia gli svizzeri all’estero che la popolazione straniera residente crescono costantemente e in modo decisamente più dinamico rispetto alla popolazione svizzera residente in patria. La comunità degli svizzeri all’estero cresce circa tre volte più velocemente, la popolazione straniera residente sei volte più velocemente dei residenti con cittadinanza svizzera.
Se questa comunità continuerà a crescere come negli ultimi 20 anni, allora – in termini puramente matematici – a un certo punto gli svizzeri all’estero potranno decidere delle sorti della Svizzera in numero pari agli aventi diritto di voto residenti in patria. Se l’evoluzione sarà lineare, questo avverrà tra 240 anni.
Il numero di stranieri residenti in Svizzera cresce in modo ancora più dinamico. Se la crescita di questo gruppo degli ultimi 20 anni dovesse proseguire in modo lineare, la Svizzera già tra 50 anni avrebbe lo stesso numero di abitanti con cittadinanza svizzera e straniera.
Ma il dibattito sulla partecipazione degli stranieri alla democrazia svizzera inizia in un momento in cui la Svizzera si sta già occupando intensamente di immigrazione. Attualmente è infatti in discussione l’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni”, che mira a limitare la popolazione residente permanente in Svizzera a 10 milioni entro il 2050.
In un primo momento, quindi, l’elettorato svizzero non si pronuncerà sulla questione di una maggiore integrazione degli immigrati, ma sull’opportunità di un giro di vite sull’immigrazione.
Articolo a cura di Pauline Turuban
Traduzione di Andrea Tognina
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