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La Cina sfugge alla condanna dell’ONU

Anche quest'anno la Cina è riuscita ad evitare l'esame della Commissione dei Diritti Umani. La risoluzione di condanna presentata dagli Stati Uniti, ma senza l'appoggio della Svizzera, non sarà votata.

Come succede ormai dal 1989, dalla sanguinosa repressione di piazza Tienammen, il governo di Pechino ha ottenuto il voto favorevole della maggioranza dei 53 stati membri della Commissione dei Diritti Umani su una proposta di “non azione”.

Questa decisione, approvata con 22 sì, 18 no e 12 astensioni, impedisce di fatto alla Commissione di discutere e votare una risoluzione che condanna la politica di repressione delle minoranze condotta dalla Cina. E’ un “escamotage” diplomatico che la delegazione cinese utilizza con successo da oltre dieci anni per sfuggire a un’eventuale censura della Commissione che avrebbe delle conseguenze negative per l’immagine della Cina nella comunità internazionale.

Il sostegno determinante a favore della proposta di Pechino è arrivato dalla Russia, dall’India, da alcuni paesi musulmani e del Terzo Mondo. Ma decisive per il successo della posizione cinese, sono state le astensioni dei principali paesi dell’America Latina.

La Svizzera, che nella Commissione ha un posto da osservatore e non ha quindi diritto di voto, aveva espresso le sue riserve su un’eventuale condanna di Pechino, non sponsorizzando la risoluzione americana. Di recente il Consiglio Federale, pur criticando la situazione dei diritti umani, si era infatti detto a favore di un mantenimento del dialogo con Pechino. Una politica di apertura seguita da Berna fin dalla controversa visita del premier cinese Jang Zemin un anno fa.

Per sollecitare una presa di posizione della Commissione sulla Cina era scesa in capo in prima persona nel marzo scorso anche Madeleine Albright. Il capo della diplomazia americana aveva interrotto il viaggio in India e Pakistan insieme a Bill Clinton per venire all’Onu di Ginevra a denunciare le violazioni e gli abusi commessi da Pechino.

Nel testo della risoluzione, simile a quello presentato nella sessione dello scorso anno, si punta il dito contro le gravi limitazioni delle libertà fondamentali, come il diritto di opinione, di associazione, di fede religiosa e il diritto ad avere un processo equo. In particolare, si denunciano le misure di repressione prese contro la popolazione e i rappresentanti dei tibetani e di alcune sette, come quella dei Falun Gong.

Nella stessa seduta la Commissione dei Diritti dell’Uomo, che terminerà i lavori il 28 aprile, ha anche approvato una risoluzione di condanna contro l’Iraq. La decisione è stata presa a grande maggioranza con 32 voti favorevoli, tra cui quelli dei paesi europei, e 21 astensioni. Il testo condanna “la politica di repressione e terrore praticata da Bagdad, le esecuzioni sommarie e l’uso sistematico della tortura”. Si chiede all’Iraq di accogliere l’inviato speciale delle Nazioni Unite e di rilasciare i prigionieri di guerra kuwaitiani.

Maria Grazia Coggiola, Ginevra

(Nella foto l’Ambasciatore cinese Qiao Zonghuai accoglie con un applauso il risultato del voto.)

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