Mediatori: ripensare la risposta al terrorismo
La risposta al terrorismo, che rischia a sua volta di alimentare la violenza, figura tra i temi in discussione alla quinta Conferenza internazionale della mediazione.
Secondo alcuni esperti presenti a Crans-Montana, il linguaggio impiegato da diversi leader mondiali sta rafforzando la paura e le divisioni.
Alla quinta Conferenza internazionale del Foro mondiale della mediazione, in corso dal 9 all’11 settembre a Crans-Montana (Vallese), partecipano un migliaio di mediatori, giudici, avvocati e giuristi provenienti da ogni parte del globo.
Al centro della riunione figurano le nuove sfide a cui vengono confrontati i mediatori nell’ambito della globalizzazione, ma anche dei conflitti armati e della crescente violenza.
“Questo incontro rappresenta un’occasione importante di riflessione su come rispondere al terrorismo, soprattutto dopo gli attentati avvenuti a Nuova York, Madrid e Londra”, afferma Bernard Comby, presidente del comitato di organizzazione.
Linguaggio sbagliato
Da parte sua, Dale Bagshaw, vice presidentessa del Foro e professoressa universitaria in Australia, critica severamente la risposta fornita da alcuni governi al terrorismo.
“Sono convinta che politici come Bush, Blair e Howard (premier australiano) stiano soltanto peggiorando le cose. Per loro si può essere soltanto dalla loro parte o da quella dei terroristi. La mancanza di qualsiasi sfumatura nel loro linguaggio non può che portare ad una recrudescenza dei conflitti in tutto il mondo”.
A detta di Bagshaw, l’approccio attuale nella lotta al terrorismo sta creando una mentalità di divisione tra “loro”, da un parte, e “noi”, dall’altra. In questo modo si finisce con l’associare tutta la comunità musulmana ai “cosiddetti terroristi”.
“Dobbiamo essere molto prudenti nella scelta delle parole che usiamo. Purtroppo dall’11 settembre del 2001 si è sviluppato un linguaggio che sta creando paure e divisioni. E quando si diffonde la paura, la gente assume un atteggiamento difensivo”, ritiene Dale Bagshaw.
“Se teniamo conto di come sta andando attualmente il mondo, con dei conflitti che stanno sfuggendo ad ogni controllo, appare veramente necessario insegnare ai dirigenti politici i principi della mediazione”, aggiunge la vice-presidentessa del Foro.
Risoluzione per soluzioni pacifiche
Alla conferenza sulla mediazione di Crans-Montana intervengono anche il ministro svizzero dell’interno Pascal Couchepin, il presidente della Croce rossa svizzera René Rhinow e l’ex-presidente mozambicano Joaquim Chissano.
Sono inoltre presenti in veste di oratori l’ex-consigliere federale Adolf Ogi, attuale consulente delle Nazioni unite per lo sport al servizio della pace, e l’ex-presidente portoghese Mario Soares.
Tra gli altri temi in agenda alla conferenza vi sono la mediazione in ambito famigliare, nelle relazioni aziendali e commerciali, sul posto di lavoro e in campo ambientale.
Al termine della conferenza è prevista l’adozione di una risoluzione in favore in una soluzione pacifica dei conflitti che insanguinano il nostro pianeta.
“Il ruolo della mediazione assume un’importanza enorme di fronte alla violenza che si produce ogni giorno in ogni parte del mondo”, osserva il professor Duccio Scatolero, esperto nel campo del management dei conflitti presso l’Università di Torino.
“Tra gli scopi principali della mediazione vi è la prevenzione dei conflitti, per evitare che qualsiasi vertenza si trasformi in violenza”.
swissinfo, Adam Beaumont
(traduzione Armando Mombelli)
La conferenza è stata organizzata dall’Istituto universitario Kurt Bösch, che ha sede a Sion.
Alla riunione prendono parte un migliaio di esperti provenienti da tutto il mondo.
Il tema della conferenza di quest’anno è “Mediazione, una nuova cultura del cambiamento”.
Le precendenti conferenze si sono svolte in Spagna, Cuba, Italia e Argentina.
Il Foro mondiale della mediazione si prefigge di favorire gli scambi e le riflessioni tra gli specialisti impiegati nella gestione dei conflitti a livello locale, nazionale o internazionale.
La mediazione si è diffusa soprattutto dagli anni ’70, in seguito all’esplosione del numero dei divorzi.
In Svizzera, oggi viene impiegata da diversi cantoni in settori sociali ed economici, in particolare in campo scolastico.
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