Bilaterali: sì dei contadini perchè il no sarebbe peggio
Secondo un comitato di contadini e parlamentari, il mondo agricolo svizzero deve dire di sì agli accordi bilaterali con L'Unione Europea in votazione il 21 maggio, poiché un «no» farebbe peggiorare la loro situazione.
L’approvazione degli accordi si giustifica dal profilo politico ed economico: alla fine del secolo scorso oltre la metà della gente era occupata in agricoltura; oggi lo è meno del 5
ella popolazione attiva. E’ una realtà che non si può ignorare, ha rilevato il consigliere nazionale Karl Tschuppert (PLR/LU), e che non si può contrastare votando contro gli accordi il prossimo 21 maggio. Una presa di posizione negativa agli accordi non ridurrebbe affatto la pressione economica sull’agricoltura. «Se gli accordi bilaterali dovessero venir bocciati, la condizione già difficile di numerose famiglie di contadini peggiorerebbe».
La liberalizzazione prosegue, ha argomentato Tschuppert, e la Svizzera rischia di perdere delle occasioni per produrre; e poi il mondo politico «non sarebbe disposto ad onorare un no dei contadini aumentando i contributi finanziari».
Sotto l’aspetto economico gli accordi bilaterali «hanno vantaggi incontestati per le nostre esportazioni», ha dichiarato Toni Eberhard (PPD/SZ). Quello sull’agricoltura non offre certo garanzie per la commercializzazione all’estero dei nostri prodotti, «ma apre la porta dell’Europa, nostro principale mercato». Potranno trarne vantaggi i prodotti caseari, la frutta, i legumi e alcune specialità viticole. «L’agricoltura svizzera ha un bisogno urgente di questi nuovi mercati se vuole mantenere il proprio livello di
produzione».
Non si può certo pensare di attaccare la massiccia produzione europea, ma puntando sulla qualità si potranno aprire preziose nicchie in un mercato di 370 milioni di consumatori, ha proseguito Eberhard. «Lo scetticismo di certi contadini è comprensibile, ma non si può pretendere che l’accordo sull’agricoltura sia stato concluso a loro svantaggio».
Numerosi contadini vivono oggi con un reddito mensile inferiore a 3000 franchi. Che fare? Rassegnarsi, producendo di meno e diventando dei giardinieri, oppure affrontare la concorrenza e tentare di guadagnare parti di mercato. «Se produciamo un buon formaggio di qualità, in futuro potremo venderlo nell’EU, senza alcun impedimento», ha detto da parte sua Fritz Oehrli (UDC/BE), contadino di montagna, parlamentare e membro del comitato di sostegno. Certo, c’è il rovescio della medaglia: anche
l’importazione aumenterà.
«Dobbiamo dire ai contadini la verità; non possiamo far credere che per loro gli accordi bilaterali saranno il Paradiso. Non sono così stupidi», ha proseguito. «Dico di sì – ha aggiunto – poiché per l’insieme del nostro paese, cui appartiene anche l’agricoltura di montagna, non esiste alternativa». Si tratta di scegliere il minore dei mali, sebbene non sia una scelta che susciti entusiamo.
Oehrli ha quindi reso noto che alla recente assemblea dei contadini del Canton Berna è stata fatta una votazione indicativa, per tastare il polso: ebbene, ci sono stati 250 sì ai bilaterali e 50 no. «Da un terzo fino a un quarto di loro sono scettici». Con questi sette accordi, ha concluso il consigliere nazionale bernese è da ritenere che gli interessi dell’economia ad una futura adesione all’UE siano soddisfatti. «Dal profilo politico, se penso alle pressione dell’UE verso l’Austria, l’adesione non dovrebbe più essere tema di discussione».
Il comitato è composto di 19 parlamentari dei partiti borghesi, ma tra di essi non vi è alcun esponente dell’ala blocheriana dell’UDC e mancano anche rappresentanti dei piccoli contadini.
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