Bloccate le importazioni di bestiame dall’Unione europea
La misura, con effetto immediato, è stata decisa martedì dall'Ufficio federale di veterinaria, allo scopo di preservare il bestiame indigeno da una epidemia di afta epizootica. Mercati ed esposizioni di bestiame rimangono autorizzati, senza animali dall'estero, come pure l'importazione di carne. L'Unione svizzera dei contadini chiedeva misure molto più incisive.
La decisione è stata presa in una riunione, martedì a Berna, tra esperti dell’Ufficio federale di veterinaria (UFV) e veterinari cantonali. L’incontro era in programma già prima che dalla Francia giungesse la notizia dell’accertamento di un focolaio di afta, contagiosissima malattia virale che colpisce il bestiame ovino, bovino, caprino e suino ma anche cervi, caprioli, camosci e cinghiali.
I casi francesi hanno reso necessario un riesame della situazione, ha rilevato il portavoce dell’UFV Heinz Müller, il quale ha indicato che gli uffici doganali hanno ricevuto manifesti d’avvertimento per i viaggiatori, invitati a non introdurre in Svizzera carne – che l’UFV mostra tuttavia di non ritenere pericolosa – e a tenersi lontani da zoo e fattorie.
Ai «tappeti di disinfezione» Berna ha deciso di rinunciare. Infatti – ha rilevato Müller – ogni anno migliaia di svizzeri ritornano in patria senza causar danno da Africa e Asia, dove la malattia infierisce assai più che in Francia.
La settimana scorsa è stata disposta la visita veterinaria di tutti gli ungulati introdotti in Svizzera dal luglio 2000: si tratta di 16 manzi indigeni di ritorno da una esposizione a Parigi e attualmente in quarantena, come pure di 182 pecore e capre, già sottoposte a prelievi di sangue i cui risultati non sono ancora noti.
Il portavoce dell’UFV ha invitato contadini e popolazione a rimanere tranquilli. Le misure adottate, a suo avviso, dovrebbero bastare per preservare la Svizzera dall’afta. Nel 1993, quando la malattia imperversava in Lombardia, se n’erano prese di meno e ciò nonostante il paese era stato risparmiato.
L’Unione svizzera dei contadini (USC) aveva chiesto poche ore prima alle autorità «rigorose misure di difesa», dopo l’accertamento di casi di afta in Francia: l’assoluto divieto di importare dall’Ue non solo ungulati vivi, ma anche la loro carne. E aveva invitato l’UFV a organizzare un efficace cordone sanitario.
Berna – esige l’Unione contadina – deve vietare l’importazione e il transito per tutti gli ungulati europei, bloccare l’importazione di alimentari a rischio dall’Ue, introdurre esaustivi controlli doganali e migliorare l’informazione delle persone che entrano in Svizzera. A tutti coloro che giungono nel paese – precisa l’USC in una nota – dev’essere distribuito un volantino con informazioni sul comportamento corretto da adottare.
L’USC chiede pure che si rinunci del tutto a mercati ed esposizioni di bestiame. Vuole infine che venga riconsiderata, a livello europeo, la rinuncia alle vaccinazioni.
A questo proposito, il portavoce dell’UFV si è dichiarato scettico. La Svizzera vaccinava contro l’afta fino al 1991: un’operazione molto dispendiosa – erano necessarie da due a tre vaccinazioni – per una protezione ridotta. Se si dovesse reintrodurre la vaccinazione, le conseguenze economiche sarebbero drammatiche: ne risentirebbero per anni le esportazioni di prodotti come carne, formaggio e persino cioccolata, poiché i paesi esenti dalla malattia come USA e Giappone vietano l’importazione di animali vaccinati e prodotti da essi derivati.
Infatti gli animali vaccinati, essendo portatori nel sangue di anticorpi contro il virus, non possono essere più differenziati dagli animali che sono stati malati. Inoltre, un animale vaccinato può a sua volta diffondere la malattia, ha aggiunto Müller. La vaccinazione è dunque una misura da considerare «soltanto in caso di catastrofe».
swissinfo e agenzie
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