Borse: continua l’altalena
Dopo lo scivolone di venerdì a Wall Street, i mercati azionari si riprendono. Zurigo ha chiuso martedì in parità, mentre a Nuova York entrambi gli indici sono di nuovo in ascesa. Sui recenti scossoni borsistici, le valutazioni di Silvano Toppi.
Gli atteggiamenti di fronte al crollo borsistico sono sostanzialmente due. Gli uni dicono: ci voleva, è uno sgonfiamento salutare; c’era, soprattutto per i titoli tecnologici, un’esuberanza irrazionale; ora ci si avvicina finalmente a valori reali.
Altri (in particolar modo esponenti del FMI e del G7) osservano: l’economia mondiale è solida, quella americana ha ancora una potenzialità rilevante, quella europea sta crescendo ormai a ritmi sostenuti, quindi niente panico. In Svizzera si ammette a mezza voce la prima valutazione, forse per non togliere credibilità all’economia finanziaria; si accentua invece la seconda, convinti che si riprenderà presto a risalire.
In questi due atteggiamenti ci sono altrettante conferme indirette a critiche alle volte sollevate, anche da ambienti economici svizzeri, nei confronti dell’attuale indirizzo economico.
La prima conferma è quella di una “finanziarizzazione” dell’economia, che ha ormai oltrepassato ogni limite razionale, moltiplicando situazioni artificiose, persino esplosive, con la sovravvalutazione della Borsa (sovravvalutazione calcolata da alcuni nella misura del 40 per cento).
In fondo, si è dominata o si è fatto di tutto per dominare l’inflazione nell’economia reale (quella produttiva, quella quotidiana), con conseguenze nefaste sull’occupazione, mentre la si è trapiantata e la si lascia senza freni, quasi favorendola, nell’economia finanziaria (aumento travolgente dei corsi dei titoli e della loro volatilità).
La seconda è l’ammissione di una separazione di fatto, di per sé assurda, tra economia reale, che sta ora funzionando, e economia finanziaria, che sembra invece temere la crescita economica perché apportatrice di inflazione. Infatti è una lievissima percentuale (dopo lo zero!) di aumento inflazionistico americano che ha scatenato il timore degli acquirenti e dei rialzisti a Wall Street, con effetti a catena sulle altre Borse che ne sono sempre dipendenti.
Si anticipa, semplicemente, un aumento dei tassi di interesse, che non piace alla Borsa. La quale, per di più, è tutt’altro che razionale poiché produce spesso la reazione-pecora. L’interdipendenza attuale delle economie è tale che appare difficile cogliere conseguenze con particolarità svizzere, anche se le modulazioni (non fosse che per una relativa autonomia monetaria svizzera o per una diversa cultura del risparmio) possono leggermente variare. Le conseguenze potrebbero essere tre.
1) Un riassestamento e un ridimensionamento dell’economia finanziaria (o borsistica) che la renderebbe meno artificiosa e meno criterio unico e giudizio ultimo nei comportamenti economici. Sarebbe auspicabile, per il bene stesso dell’economia reale, ma difficilmente credibile senza correttivi politici già esclusi in nome…della competitività internazionale.
2) La formazione di una pericolosa miscela tra il calo o il dubbio sull’affidabilità delle Borse e l’aumento dei tassi di interesse, in parte già in atto in Svizzera, anche per rafforzare il franco: potrebbe provocare nel momento meno opportuno, quando l’Europa e la stessa Svizzera stanno appena uscendo da una fase recessiva o di indebolimento, un forte ribasso dei consumi (accentuato dagli aumenti ipotecari e degli affitti) e persino degli investimenti (resi più costosi).
3) Una terza conseguenza, che ha forse soprattutto il valore dell’avvertimento, potrebbe essere quella di frenare la tendenza divenuta ormai spasmodica di credere che la sicurezza sociale (si veda i fondi pensione, ma anche gli investimenti del fondo AVS) vada ormai affidata esclusivamente alla Borsa e, quindi, alla privatizzazione stessa della sicurezza sociale, con la fine del sistema di ripartizione della ricchezza (v. AVS) e dunque della solidarietà nazionale.
Silvano Toppi
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