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Cernobyl 15 anni dopo, ricordi e moniti: la tragedia è possibile anche in Svizzera

Una Cernobyl svizzera è possibile. Nella foto, la centrale ucraina nel 1995 Keystone

Coloro che investono nell'energia nucleare, come pure i consumatori, non tengono conto dei rischi giganteschi che comporterebbe in Svizzera un incidente, sempre possibile, come quello di Cernobyl. A dirlo è la presidente della Fondazione svizzera per l'energia, Eva Kuhn.

Il 26 aprile 1986 esplodeva uno dei reattori della centrale atomica di Cernobyl. Quella catastrofe nucleare è più attuale che mai, soprattutto per l’altissimo numero di persone colpite, che cresce di giorno. L’ha voluto ricordare una conferenza stampa del movimento “Corrente senza nucleare”, alla quale ha preso parte anche la presidente della Fondazione svizzera per l’energia (FSE), Eva Kuhn.

L’ampiezza reale di quella catastrofe si va palesando a poco a poco. Sulla scorta delle cifre fornite da una biologa ucraina e da una ex-deputata europea francese presenti alla conferenza stampa, la signora Kuhn ha detto che più di centomila persone sarebbero già morte in seguito al disastri nucleare e che tale cifra aumenta di giorno in giorno. Secondo le indicazioni dell’ONU, circa 9 milioni di persone sarebbero state colpite dalle radiazioni. Le conseguenze a lungo termine appaiono quindi devastanti. E l’Occidente fatica a prenderne coscienza.

Davanti alla “disinformazione” e alla “minimizzazione sistematica” della catastrofe di Cernobyl, la signora Kuhn s’è chiesta quali sarebbero le conseguenze se un incidente come quello – “sempre possibile malgrado le dichiarazioni contrarie degli ottimisti per professione” – si verificasse in Svizzera. Qui, le centrali di Mühleberg e di Beznau sono, tra quelle di dimensioni simili, le più vecchie al mondo. E quanto più le centrali invecchiano, tanto più aumenta il rischio di incidenti.

Le probabilità di un possibile incidente in Svizzera sarebbero, secondo lo studio Ecoplan commissionato dall’Ufficio federale dell’energia (UFE), di una su dieci milioni; ed i suoi costi esterni ammonterebbero ad almeno 200 miliardi di franchi. Un abbandono anticipato del nucleare si giustificherebbe quindi, secondo la FSE, in un’ottica rispettosa dell’insieme della società. Ma nella sua valutazione, ha detto la signora Kuhn, il Consiglio federale non ha tenuto conto di questa conclusione.

La presidente della FSE ha però citato anche un altro studio, anch’esso commissionato dall’UFE, il quale, “malgrado significative incertezze, valuta che un incidente nucleare con emissione radioattiva comporterebbe danni di parecchi bilioni di franchi”. L’Ufficio federale della protezione civile ha definito più precisamente queste cifre, collocandole tra i 4’200 e i 4’300 miliardi di franchi, una somma pari a 400 volte il costo totale delle gallerie di base del San Gottardo e del Lötschberg.

Le società di gestione delle centrali atomiche – ha detto ancora la signora Kuhn – non sono tuttavia civilmente responsabili che fino a un miliardo di franchi di danni. Esse pagano a tal fine un premio assicurativo di 0,058 centesimi per chilowattora di corrente prodotta. “Ciò equivale ad un gigantesco sovvenzionamento del rischio nucleare”. Per rispettare i calcoli preventivati, il premio assicurativo dovrebbe essere di 2,5 franchi per chilowattora.

Tutto questo permette di concludere – secondo la FSE – che “gli investitori nel nucleare non tengono conto dei costi del rischio e che i consumatori non considerano il costo reale dell’elettricità prodotta dalle centrali atomiche. Lo stesso vale per le decisioni del Consiglio federale”. Altrimenti – ha concluso la presidente della FSE – esso dovrebbe raccomandare l’adozione dell’iniziativa popolare “Corrente senz’atomo”.

Silvano De Pietro

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